In Russia scatta l’ emergenza e per Mosca è colpa degli Usa

da Milano

Quasi come dieci anni fa. In Russia il nome Lehman Brothers evoca la crisi del 1998, quando in un solo giorno (il 10 agosto) la borsa russa perse il 20%. Questa settimana in molti hanno creduto che il tempo fosse tornato indietro: sospensione a tempo indeterminato dei principali indici di borsa; ingenti iniezioni di liquidità nel sistema bancario. Misure d'emergenza per il sistema finanziario russo che, forte dell'export di petrolio e materie prime, si illudeva di essere quasi inattaccabile dalla crisi mondiale innescata dai subprime americani. La parola d'ordine ora è «niente panico!». Ma l'onda nera provocata dal fallimento della statunitense Lehman Brothers continua.
La Russia soffre di un peggioramento del deficit di liquidità del settore bancario. Martedì l'Rts è sceso a 1.058 punti (il 60% in meno rispetto a maggio) e l'indice Micex è precipitato a quota 853 punti, il valore più basso di sempre. Ieri mattina di nuovo apertura in ribasso per entrambi gli indici. Poi a mezzogiorno la decisione di sospendere le contrattazioni, di fatto mai riprese fino alla chiusura.
I finanziamenti interbancari si sono prosciugati, con i tassi di interesse praticati tra gli istituti quasi raddoppiati. Il ministero delle Finanze ha preso misure di protezione per tre grandi banche - Sverbank, Vtb e Gazprombank - con l’immissione totale di 60 miliardi di dollari. E oggi interviene la Banca centrale. Il forte calo del petrolio spinge in basso i titoli delle compagnie petrolifere: Gazprom è in crisi con perdite del 30%. Il gigante russo del gas e del petrolio rischia la bancarotta per debiti, denunciano alcuni esponenti dell'opposizione come l’ex vicepremier Boris Nemtsov. Tra gli esperti lo scenario più inquietante è quello in cui il prezzo del greggio scenda fino a 60 dollari al barile, mettendo a rischio tutto il sistema politico, che ha fatto delle esportazioni di risorse energetiche il suo punto di forza.
Al quadro si aggiunge la sfiducia degli investitori generata dall’aggressività del Cremlino in Caucaso, che ha fatto slittare numerosi accordi di cooperazione economica. Per i media ufficiali russi la crisi finanziaria è «tutta colpa degli Stati Uniti». Negli Usa, invece, il tracollo della borsa russa è il prezzo da pagare per l’«invasione della Georgia».