La Russia sempre più minacciosa: «Il Kosovo è un’arma carica»

Un consigliere di Putin: «Il riconoscimento dell’indipendenza un favore al terrorismo internazionale»

nostro inviato a Belgrado

I russi non demordono e le bordate contro l’indipendenza del Kosovo rivolte alla comunità internazionale continuano: «Con il Kosovo è stata caricata un'arma e nessuno può prevedere quando riecheggerà il colpo», ha affermato ieri minacciosamente Anatoly Safonov. Non è l’ultimo funzionario del governo russo, ma un inviato speciale dello zar del Cremlino Vladimir Putin.
Safonov si occupa di cooperazione internazionale nella lotta al terrorismo e al crimine organizzato. Secondo l’uomo di Putin il rischio dell’indipendenza concessa a Pristina «è di scatenare una potente macchina di distruzione, con conseguenze imprevedibili. È un peccato che abbiano dimenticato le lezioni del passato, compresa quella di Monaco del 1938». I russi arrivano così a un ardito parallelo con la cessione dei Sudeti nell'allora Cecoslovacchia, alla Germania nazista. Un cedimento che non evitò, e anzi secondo molti avvicinò la seconda guerra mondiale.
Secondo l’inviato di Putin i «jihadisti del terrore» rimasti finora sotto copertura in Kosovo usciranno ben presto allo scoperto. In realtà fra gli albanesi di Pristina attecchisce ben poco la sirena degli integralisti, che cercano di penetrare nei Balcani. «Molti Paesi ritengono che separatismo e terrorismo siano anelli della stessa catena - ha aggiunto Safonov -. È chiaro che le pulsioni terroristiche si rafforzeranno e il già traballante diritto internazionale non potrà che risentirne».
Contro l’indipendenza del Kosovo i russi stanno scatenando un’offensiva verbale senza precedenti. Alle parole seguiranno i fatti, dato che lunedì è atteso a Belgrado il delfino di Putin, Dmitry Medvedev, Primo viceministro e candidato alle presidenziali del 2008, Medvedev porterà la concreta solidarietà russa ai serbi. Ieri a Mosca un migliaio di manifestanti hanno protestato contro l’indipendenza del Kosovo.
Se fosse per gli ultranazionalisti come Tomislav Nikolic, a capo del partito più forte del parlamento di Belgrado, i russi dovrebbero installare una base in Serbia e inviare i paracadutisti ai confini con il Kosovo. Anche i ministri vicini al presidente serbo Voijslav Kostunica stanno subendo una pericolosa deriva ultranazionalista. Slobodan Samardzic, ministro per il Kosovo, ha dichiarato ieri che «gli Stati Uniti sono responsabili per tutti i disordini avvenuti dopo il 17 febbraio», data dell’indipendenza di Pristina. «La radice della violenza - ha affermato Samardzic - è la violazione del diritto internazionale. Gli Usa devono assumersi la responsabilità di aver sottratto una parte del territorio serbo (il Kosovo nda)».
l problema è che si sta scoperchiando il vaso di Pandora dei mai sopiti nazionalismi balcanici. Gli ambasciatori dei paesi dell’Unione europea hanno respinto, ieri, una risoluzione adottata dal parlamento della Republika Srpska. La fetta serba della Bosnia è pronta ad indire un referendum per la secessione se la gran parte della comunità internazionale riconoscerà il Kosovo.
Una maggioranza schiacciante dei serbi bosniaci (rappresentano il 31% dei circa 3,8 milioni di abitanti della Bosnia) è favorevole a una secessione o a un ricongiungimento con la Serbia percepita come «madrepatria». Gli ambasciatori Ue hanno ribadito che la Republika Srpska e le altre entità che formano la Bosnia «non hanno diritto alla secessione». In caso contrario la conseguenza sarebbe pesante: il crollo dell’intero impianto dell’accordo di pace di Dayton, che nel 1995 mise fine alla sanguinosa guerra in Bosnia Erzegovina.