Russia, la tragica attesa dei sette marinai sdraiati nel sottomarino

Affidato a robot americani e inglesi il difficile recupero degli uomini bloccati in fondo al mare

Marcello Foa

Sono sdraiati sul pavimento, immobili, al buio. Fa freddo nell’Oceano Pacifico a duecento metri di profondità, ma nessuno si azzarda a pensare di accendere il riscaldamento; bastano le tute termiche che i sette marinai hanno indossato subito dopo che il loro minisommergibile si è incagliato, nella notte tra mercoledì e giovedì. D’altronde nessuna apparecchiatura viene fatta funzionare. Solo il sonar, due o tre volte al giorno, per comunicare con le navi di soccorso. La poca energia che le batterie riescono ancora a produrre serve ad alimentare i macchinari che producono l’ossigeno. Da ieri mattina i sette si sono rinchiusi in uno dei due compartimenti dell’As-28. I portavoce della Marina russa insistono: «Si stanno comportando in maniera esemplare, possono resistere fino a domenica notte, ora di Mosca».
La Russia spera, ma, memore delle menzogne raccontate ai tempi del Kursk, non crede alle verità del Cremlino. E con il passare delle ore cresce lo scetticismo. In realtà, secondo stime attendibili, le scorte di ossigeno sarebbero finite ieri nel primo pomeriggio e i membri dell’equipaggio sarebbero già morti, anche se nessuno si azzarda ad affermarlo ad alta voce. Sono voci, sospetti, sussurri che rimbalzano tra gli esperti militari russi. Alimentano l’angoscia e i misteri di una vicenda che a tarda serata non era ancora conclusa.
Ieri i robot americani e inglesi sono arrivati in Kamchatka nei tempi previsti. Dall’aeroporto della capitale Petropavlovsk sono stati portati a bordo delle navi militari russe e da qui in mare a una cinquantina di miglia dalla costa. Gli Scorpio e i Super Scorpio sono apparecchi teleguidati progettati per operare in profondità e tranciare cavi di acciaio, ma i loro sistemi elettronici e i loro cavi devono essere adeguati a quelli russi, un’operazione che ha richiesto più tempo del previsto.
Così Mosca ha tentato di risolvere la situazione da sola. Un’impresa tutt’altro che semplice perchè, come si era intuito venerdì, il batiscafo non è rimasto imbrigliato nelle reti dei pescatori di frodo, come sostenuto in un primo momento, ma nei cavi di una stazione spia subacquea, che la Marina russa utilizza per monitorare il passaggio dei sottomarini americani. L’As-28 della classe Prinz non stava partecipando a un’esercitazione di routine, ma a un’operazione di controllo o forse alla riparazione di quella stazione sommersa. Un’operazione mirata e segreta. Questo spiegherebbe, tra l’altro, perchè a bordo c’erano sette persone anzichè, come di consueto, tre: i quattro in più sarebbero tecnici specializzati. Sono i frammenti dell’altra verità, quella ricostruita dai giornali russi: a essere bloccate non sarebbero le eliche, protette da una corona di metallo proprio per evitare contatti con reti da pesca, me la braccia meccaniche del battello intrecciatesi con i cavi del sonar e delle sue due pesanti ancore in cemento armato, da 60 tonnellate. E se si considera che il minisottomarino pesa a sua volta 56 tonnellate, appare evidente la complessità dell’operazione di salvataggio.
Due le opzioni: la prima, tagliare i cavi con gli Scorpio ma, come abbiamo visto, l’utilizzo dei mini robot ieri sembrava richiedere più tempo del previsto. La seconda, trascinare l’antenna e il sottomarino in acque meno profonde. Ed è quel che hanno cercato di fare ieri le unità di soccorso russe. O perlomeno così hanno dichiarato. Ieri mattina i mezzi di soccorso avrebbero agganciato il batiscafo e lo avrebbero trainato per un centinaio di metri, ma poi i cavi si sarebbero spezzati. Qualche ora dopo un nuovo tentativo: le navi di appoggio Kil-27 e Mb-105 sarebbero riuscite a far passare un’imbracatura di cavi sotto la struttura e avrebbero iniziato ad issarla verso la superficie.
Un’operazione spettacolare, annunciata dal portavoce del Comando della Marina Igor Dygalo, ma la cui veridicità appare dubbia. Finora quasi tutte le dichiarazioni ufficiali si sono rivelate infondate. E non è chiaro se prima di sollevare radar e batiscafo (in tutto poco meno di 120 tonnellate) abbiano fatto esplodere i blocchi di cemento. Nè, d’altro canto, se Mosca abbia rivelato agli americani e ai britannici i dettagli tecnologici di quella stazione subacquea, indispensabili per far intervenire i Super Scorpio.
«Quelle sette vite umane sono più importanti di qualunque segreto», affermano solennemente i portavoce della Marina. Ma forse è proprio questa la ragione della ritrosia di Mosca: quella zona nell’Oceano Pacifico al largo della Kamchatka è strategica. Quell’antenna sui fondali era super segreta. In cuor suo Putin nutre più di un sospetto sull’improvviso e sollecito altruismo del governo americano.