RUSSO La mia Roma da immigrato di lusso

Mezzo secolo di storia, aneddoti e inediti, dalle luci di piazza del Popolo alla polvere delle borgate. L’altra faccia di un mito, tra oscenità plebee e mollezze aristocratiche

Per chi non lo sapesse ancora, Giovanni Russo è uno scrittore italiano di autentica qualità. Che dissipa per eleganza e vocazione il pregio raro della vena letteraria commentando i fatti e gli eventi quotidiani nei quali si è imbattutto e continua a imbattersi nella sua lunga ed eccellente carriera di professionista della carta stampata. Il riconoscimento non è rituale ma necessario soprattutto quando si sfogliano le pagine di un libro come l’ultimo suo che raccoglie tanti articoli redatti fin da quando Giovannino (per gli amici) entrò a far parte de Il Mondo di Mario Pannunzio per approdare poi alle prime pagine de Il Corriere della Sera («che successo, che carriera!», concludeva un arcinoto couplet a lui dedicato dall’amico Ennio Flaiano) e dedicati interamente a dipingere la vita e l’immagine della Roma pulsante nel nostro secondo dopoguerra, con i suoi riti e miti, i vizi e le virtù dei suoi abitanti, i misteri dei ministeri, le peripezie della politica, i fasti e nefasti della mondanità, dello spettacolo, della cultura e dell’arte (Con Flaiano e Fellini a Via Veneto. Dalla «Dolce vita» alla Roma di oggi, Rubbettino, pagg. 210, euro 14).
Corredata dalle storiche fotografie di Mario Dondero (scenario principale: Piazza del Popolo, con i pittori, gli scrittori, i cineasti, i poeti e gli attori che vi hanno sostato), la penna di Giovanni Russo fa da testimone e interprete passando per i luoghi arcinoti che sono orgoglio e pregiudizio della mitografia capitolina. Ed ecco a voi le luci di Via Veneto, la polvere delle borgate, Cinecittà, i monumenti, il Vaticano, le belle donne e le dive affermate o nascenti (la Magnani, la Lollo, la Ekberg, Sofia), gli artisti e gli intellettuali (Carlo Levi e Vitaliano Brancati, Moravia e Guttuso, Sartre e Arbasino), i ritrovi al caffè Rosati, da Doney e nell’impareggiabile trattoria di «Cesaretto», gli attori e i registi cinematografici (Fellini, De Sica, Sordi), il turismo, i bulli e i «cocchi de mamma», le sezioni popolari del Pci, l’invadenza del traffico, l’onnipresenza della sporcizia, il baccano dello stadio e i mondiali di calcio, l’oscenità plebea e la mollezza aristocratica, i premi artistico-letterari e le lunghe passeggiate notturne a tirare l’alba con amici perdigiorno, poeti, pittori e avvicendati grimpeurs nel mondo intricato del giornalismo, della politica e della varia promozione editorial-culturale.
Sembra uno scenario da commedia all’italiana. Nel repertorio dell’immaginario dove Roma è rovistata come un sacco pieno di affastellate cianfrusaglie c’è ben poco da mettere a nudo che non sia più che conosciuto. Ma Russo assapora, disbriga e modella la materia prescelta con garbo spiritoso e la ravviva con effetti di satira lieve e però non meno ferma sui costumi del nostro tempo. Roma come metafora. E anche come «specchio di un’Italia in cui tutti i suoi difetti vengono filtrati attraverso la sua morbida aria», scrive Russo, e la trascrizione letteraria di una certa qualità atmosferica (la «morbida aria») suggerisce il giudizio dell’autore sulla ambigua e disincantata anima della città, che mitiga e al tempo stesso assolve fin troppo maternamente tante «colpe» nazionali. Ne emerge la rappresentazione cattolicissima e italianissima di una «Mamma Roma» che coinvolge in un abbraccio la schiuma vitale dei suoi figli buoni e cattivi, deboli, potenti e prepotenti, immigrati in cerca di fortuna e gloria tanto dalle province del Nord che del Centro e del Sud.
Giovannino riesce a dipingere con levità la oscena congerie urbana con un impasto di umorismo, quando racconta per esempio l’episodio dei «turisti nella notte», con le signorine svedesi e americane condotte in pullman attraverso suoni e luci della città tra vino, spaghetti e canzonette; e introduce satira civile, quando ricorda le brucianti battute di Flaiano, Maccari e Mazzacurati che hanno incorniciato per sempre innumerevoli personaggi di una certa Roma-intellettuale «col birignao» (famoso è il «Mi spezzo, ma non mi spiego», riferito a Giulio Carlo Argan).
Le citazioni potrebbero continuare perché fin troppo densa è la cronaca di anni e vita registrata nel libro. Il tutto è condito con ironia pince sans rire tipica di Giovanni Russo e di una scuola di giornalismo culturale che egli onora forse da ultimo, ma non meno importante, protagonista (si pensa subito alla fresca ma così densa prosa da Terza pagina di un Antonio Baldini o di un Ercole Patti). «Cos’era Roma per me...», domanda ancora Giovannino, quando immagina la sua autobiografia in controluce di giornalista meridionale immigrato al cospetto di tanta storia civile italiana passata per Roma in quest’ultimo mezzo secolo? E trova il modo di far rispondere per sé al non dimenticabile Corrado Alvaro, altro maestro di scrittura frequentato un tempo nella redazione de Il Mondo, di cui cita non a caso una testimonianza illuminante: «...ci si lega a questa città per nulla affettuosa, per nulla cordiale che è di tutti e di nessuno, che ci tiene ospiti anche se ci stiamo tutta la vita e resta sempre quella città indifferente cui approdammo impauriti nella prima giovinezza. Nessun aspetto di essa è familiare e intanto la vita italiana vi si trapianta con tutti i suoi caratteri». E a conti fatti si vede bene che non poteva esserci fondale migliore di questo pensiero per l’amabile e variopinto amarcord narrato da Giovannino Russo assieme alla «indivisibile identità con Roma» degli attori e primattori, da Fellini, a Flaiano a tanti altri «immigrati di prima classe» che, salendo di volta in volta sul suo palcoscenico, l’hanno vissuta e saputa interpretare.