Rutelli attacca i Ds: gli italiani hanno buonsenso

Roberto Scafuri

da Roma

Ogni giorno ha la sua pena. Quello di ieri, per i petali della Margherita, aveva un sapore strano, tra profumo d’incenso e la netta percezione d’ipocrisia. Attesa della battaglia finale. «Il problema c’è, ma teniamolo fuori per il momento...», diceva una mogia Rosy Bindi a un dibattito tv. Anche da casa ds arrivavano inviti a minimizzare il riflesso referendario sulla rissosa compagnia del Nazareno. «Nessuna ripercussione sull’Unione, nessuna su Prodi», ripetevano da Violante fino all’ormai super-rutelliano Dini. «Digeriamo tutto», insisteva l’ex premier. Eppure, subito dopo, il gusto della precisazione inquadrava il bersaglio: «Certo, se non si va oltre il 30 per cento sarebbe una disfatta. Vuol dire che chi ha promosso i referendum non è in sintonia con il Paese...». L’orario della dichiarazione è significativo, oltre le 15.30 e quando comunque il segno della disfatta non poteva essere sconosciuto al vicepresidente del Senato.
Il tempo di assistere al minuetto delle dichiarazioni di prammatica (ordine di servizio: godiamoci il trionfo, inutile affondare), ed ecco tal Gianni Vernetti, membro dell’esecutivo della Margherita, sparare sul quartier generale. «Molti leader politici italiani hanno scoperto oggi di non essere in sintonia con il Paese reale. È singolare, ad esempio, che il leader dell’Unione, Romano Prodi, rimproveri chi non è andato a votare, ma non ci abbia detto come abbia votato lui...». In termini più generali, citando addirittura Brecht, si esprimeva Rino Piscitello: «Brecht ironicamente diceva: “Il popolo non ha capito i nostri dirigenti, cambiamo il popolo”». Considerata la caratura degli attaccanti, anche il fronte prodiano si attestava sul calibro e il coordinatore emiliano della Margherita sintetizzava: «Nessuno brandisca il risultato come clava».
Ma i duellanti? Quelli che la comunista Maura Cossutta mette sullo stesso piano («Hanno sbagliato sia Rutelli che Prodi, c’è un serissimo problema per la coalizione»)? Intervistato al volo da Teleromagna, Romano Prodi aveva fatto capire che non era aria. Dalla torre butterebbe giù Berlusconi o Rutelli?, gli avevano chiesto. E lui, umor nero: «Non scherziamo, non ci sono problemi personali né con l’uno né con l’altro. Non è ironia o divertimento. Siamo di fronte a problemi seri... La lettera di Creta - continuava - è seria e profonda. Di fronte alla grandezza dei problemi occorre uno schieramento unitario, Ulivo e Unione. Non per me, per il Paese». Neppure il sondaggio che mostrava un 18% di elettori pronti a votare l’eventuale «lista Prodi» faceva tornare il sorriso: «Non credo ai sondaggi, ma è un dato forte, che fa impressione». Più tardi, a Cesena, la frase che faceva partire Vernetti: «Al referendum si può votare con il sì o con il no. Io ci sono andato e, se ci dovesse essere il referendum oggi, ci andrei. Ma avevo fatto tutto il possibile per arrivare a un riesame parlamentare...».
Rutelli, the competitor, al Tg3 era stato volutamente laconico. «Grande prova di buonsenso degli italiani, ma si conferma l’errore di aver organizzato referendum che radicalizzano», diceva l’ex radicale. E se il nocciolo duro e popolare del partito coglieva l’occasione per prendesela con i Ds, addossando al povero Fassino la responsabilità di un referendum sbagliato, il leader già con un’intervista al Gazzettino aveva chiarito chi, in ultima analisi, non era riuscito a dissuadere la Quercia, restandone succube. Attacco diretto: «Prodi deve essere più netto nello sconfessare l’ipotesi di scissione della Margherita che avrebbe conseguenze a catena... Sta sottovalutando la lealtà che gli abbiamo dato, come noi abbiamo dato una garanzia convinta e leale, lui deve ricambiarla con pari rispetto». La risposta del prodiano La Forgia («Rutelli non faccia ricatti, non coinvolga Prodi in vicende di partito») avvalorava la tesi di un Professore ormai sotto botta, che i suoi uomini tentano di tenere alla larga dalla mischia. Così Monaco cercava il dialogo in termini «tecnici», perché «ha ragione Rutelli, il nodo è politico». E se il mariniano Fioroni chiedeva la convocazione dell’ennesimo vertice ulivista, restava il netto sentore di un timer che scorre. Sapendo che leader azzoppato è sempre mezzo salvato.