Rutelli attacca Verdi e Pdci: fate trucchi per rubare voti

Il leader della Margherita non vuole che i «cespugli» mettano nel simbolo il riferimento alla coalizione. E Bertinotti vince il duello con Fassino sui candidati ancora senza posto

da Roma

Uno dei prodiani, dopo l’ennesimo vertice di guerriglia nell’Unione, guarda il cronista sconsolato con uno sguardo affranto che nemmeno Buster Keaton e sospira con l’accento della sua regione: «Ogni volta che Romano recupera, facciamo un bel vertice della coalizione e ci mettiamo d’impegno per perdere almeno un puntarello». Poi si accorge che per quanto realistico e fedele il commento è anche compromettente. E allora aggiunge: «Se mi metti il nome ti ammazzo». Verrebbe da rispondergli che anche senza mettere nessun nome qualcosa rischia, visto il clima che c’è tra gli alleati della coalizione, e visto che ieri il centrosinistra si è ancora una volta diviso fra la sua anima «ulivista» e quella più «partitista». È stato un ognun per sé con rivalità incrociate, dove ognuno voleva qualcosa e nessuno ha ottenuto il suo obiettivo. Le danze si sono aperte quando il fronte Piero Fassino-Francesco Rutelli si è contrapposto a quello composto da Alfonso Pecoraro Scanio e Oliviero Diliberto. Il presidente della Margherita (coerente con quanto aveva sostenuto alle europee ma su una posizione inconciliabile con quella dei piccoli partiti) aveva esordito criticando esplicitamente la decisione di Verdi e Pdci di inserire nella loro lista unitaria al Senato un riferimento all'Unione: «Non lo potete mettere perché è il simbolo della nostra lista». E poi, durissimo: «Così ci volete portar via voti». Fassino lo difende, i due non cedono. Alla fine la questione viene delegata a Romano Prodi, incaricato di trovare entro domani una «soluzione» (quale?).
Ma il bello doveva ancora venire: il putiferio si apre quando si affronta il tema delle candidature da «ospitare» nella lista unitaria per i partiti piccoli della coalizione. Da Clemente Mastella (che non è venuto) ad Antonio Di Pietro, sono molti che contano in un «passaggio». Nulla da fare, anche la richiesta di tre-quattro posti fa saltare il banco del Professore, che dispone di quindici seggi in tutto e deve già garantire i suoi. Giunto al limite della rottura il segretario della Quercia Piero Fassino, appoggiato da Rutelli, avrebbe chiesto esplicitamente al segretario di Rifondazione, Fausto Bertinotti: «Perché non ti prendi in carico tu qualcuno dei piccoli, visto che sei l’unico che aumenterà sicuramente i seggi?». Ma Rifondazione non potrebbe nemmeno volendo. Deve garantire il diritto di tribuna a ben quattro correnti, e ieri ha chiuso alla grande la sua campagna acquisti, presentando undici indipendenti pescati con oculatezza nel mondo della sinistra, con una calibratura di anime rappresentate: dal mondo dei Ds, oltre che al capocordata Pietro Folena, Bertinotti prende il nome del prestigio della filosofa Maria Luisa Boccia, femminista di lungo corso, teorica del «pensiero della differenza». C’è poi un senatore come Antonello Falomi, quadro importante del vecchio Pci, poi braccio destro di Achille Occhetto durante la svolta, poi animatore della lista con Di Pietro. Dai disobbedienti e dall’area antagonista arrivano leaderini come Francesco Caruso e Daniele Farina, donne-simbolo come Mercedes Frias e Heidi Giuliani. Ci sono addirittura un uomo dell’Olp come Ali Rashid e un sindacalista di sinistra come Maurizio Zipponi, della Fiom. Un’operazione costruita a tavolino per erodere consensi alla sinistra dei Ds che ha permesso a Bertinotti di rispondere picche: «Ma sarai quello più avvantaggiato dalla nuova legge elettorale!», si è lamentato Fassino. E il leader di Rifondazione: «Vuol dire che recupereremo quel che ci avete fatto perdere con le liste civetta». Al che, date le divisioni, Prodi è arrivato ad esprimere dubbi persino sull'opportunità di mantenere la data dell’11 febbraio: «Chissà se per allora saremo uniti su tutti i punti di convergenza...».