Rutelli avvisa Visco: «No al fisco ideologico»

Gian Battista Bozzo

da Roma

«Non possiamo aumentare la pressione fiscale, non dobbiamo farlo». Il ricordo della campagna elettorale è ancora fresco, e Francesco Rutelli non vuole correre nuovi rischi, proponendo agli italiani una Finanziaria zeppa di tasse in aumento, da quelle sulle rendite finanziarie in giù. Pigia perciò, concludendo la festa della Margherita, sul pedale del freno. Anziché aumentare le tasse, spiega, «dobbiamo tagliare le spese cresciute con il governo della destra». Ribatte il leader di An Gianfranco Fini: «Gli italiani capiranno che la sinistra si accinge a colpire il risparmio e la casa. Toccando Bot e Cct si danneggia il ceto medio».
Insomma, c’è aria di stangata, accusa il centrodestra. Mancano tre settimane al varo della Finanziaria, e l’ala moderata della maggioranza, finora soverchiata dalla campagna della sinistra radicale contraria a ogni taglio di spesa più o meno sociale, comincia a preoccuparsi e vuole farsi sentire. La riforma delle pensioni «sarà concordata coi sindacati», ma qualcosa si deve pur fare; la Finanziaria «deve essere indirizzata alla crescita»; la tassa di successione va bene, ma solo sui grandi patrimoni. «E su questo - aggiunge Rutelli - la sinistra deve dire una parola chiara: sento voci che confondono i grandi patrimoni con il possesso di una casa, bisogna distinguere». Il vicepresidente del Consiglio chiarisce che l’entità della manovra deve essere preservata, tuttavia non si possono sostituire tagli difficili con misure fiscali: «Il fisco non deve avere una funzione ingiusta, con valore più ideologico che economico». Vincenzo Visco è avvisato. Così come sono avvisati i tanti, nella maggioranza, che sperano che i conti si aggiustino da soli, grazie alla ripresa economica.
«Rispetteremo gli impegni europei», promette Romano Prodi da Helsinki. Di fronte all’insofferenza di molti esponenti del suo governo e della maggioranza sul rigore invocato dal commissario Ue Joaquin Almunia - D’Alema ha definito «sgradevoli» i richiami, e molti hanno criticato una presunta benevolenza del commissario con il governo Berlusconi - il premier puntualizza: «Ognuno fa il suo mestiere, e io penso che i richiami facciano parte dei doveri di un commissario: non sono sgradevoli o gradevoli, sono l’applicazione delle regole. Ad Almunia - aggiunge Prodi - dico che l’Italia non ha alcuna intenzione di attuare politiche contrarie al rispetto degli impegni europei».
Possibile, allora, che il governo riduca la previsione di deficit di quest’anno (dal 4% al 3,8%) presentando, insieme con la Finanziaria, la Relazione previsionale e programmatica? «Sul deficit non ci sono elementi nuovi, se ci fossero dovrei esserne al corrente», risponde il presidente del Consiglio. Né, almeno per il momento, è stato convocato alcun incontro con le parti sociali, sindacati e imprese, per discutere i contenuti della manovra. «I contatti però - precisa Prodi - non sono mai stati interrotti», e lo testimonierebbe il fatto che il premier ha saputo in anticipo da Luca di Montezemolo (presidente della Ferrari, della Fiat e della Confindustria) della decisione di Schumacher di ritirarsi dalle corse.
Se Prodi tenta di calmare le acque con Bruxelles, il sottosegretario all’Economia Paolo Cento appare di tutt’altro avviso. «Adesso facciamo la Finanziaria, lasciando fuori le pensioni - dice - ma dopo è del tutto evidente che bisognerà assumere un’iniziativa per ridiscutere il patto di stabilità». Cento fa sua la critica che il segretario della Cgil Guglielmo Epifani ha rivolto ai «tecnocrati insopportabili» della Bce: «Non pensano che dietro ai numeri ci sono persone». E comunque, «le pensioni non si toccano», ammoniscono Marco Rizzo (Pdci) e il segretario della Uil, Luigi Angeletti.