Rutelli: evitato il rischio di una finanza rossa

Gianandrea Zagato

da Milano

«C’è stato il rischio di arrivare alla “finanza rossa”». Pausa. «Ma l’Italia si è salvata da quel rischio». Francesco Rutelli rilegge la vicenda Unipol e dintorni. Valutazione, quella del presidente della Margherita, di chi pur misurando parole e calibrando aggettivi arriva a una conclusione precisa: «Abbiamo registrato la pretesa di alcuni di dare vita a un centro di potere - non operante di per sé come cinghia di trasmissione ma di chiaro segno politico - che si pretendeva chiamato a “rinnovare” il capitalismo italiano». E, per essere ancor più chiaro, Rutelli cita gli interventi di Giovanni Consorte alle assemblee delle Coop: «Discorsi alle strutture cooperative chiamate ad autorizzare l’operazione, sino al suo discorso di commiato, accolto, anziché dagli scroscianti applausi, da un eloquente silenzio». Ma adesso, scampato il pericolo - «la nascita di una “finanza rossa”» - è tempo che le cooperative tornino ad essere autonome, «va concluso ogni persistente collateralismo dove ci siano passaggi organici di gruppi dirigenti e condivisione di operazioni e interessi economici e finanziari» mentre è giusto che «la magistratura colpisca i malfattori».
Esortazioni accompagnate dalla certezza che «non esistono più le classi, i riferimenti economico-sociali organizzati e le barriere anche ideologiche del passato» e che, quindi, «va superata ogni forma di preferenza e tanto più di esclusivismo nei rapporti tra politica e corpi intermedi». Conclusione a cui il leader della Margherita giunge ricordando un passaggio della relazione di Piero Fassino alla direzione Ds di sette giorni fa. In quell’occasione il segretario della Quercia parlò della fase del superamento del collateralismo che «potrà essere più rapido attraverso un processo di riorganizzazione del movimento cooperativo che superi le forme di organizzazione storicamente figlie del sistema politico di un’altra epoca». Passaggio «doppiamente apprezzabile per due ragioni» fa sapere Rutelli: primo perché «non nega l’esistenza di forme di collateralismo» e secondo perché «indica l’esigenza di superarle da parte del movimento cooperativo».
Motivi che, dunque, lo spingono a offrire «totale, leale e convinta solidarietà a Piero Fassino e ai Ds»: solidarietà, aggiunge Rutelli, «non solo politica ma personale, che scaturisce dalla certezza di una pulizia che ci sentiamo di difendere pubblicamente». Ma Rutelli, intervenuto insieme a Massimo Cacciari a un convegno organizzato a Milano dal centro di formazione politica dei Dl, ha affrontato anche un altro tema caldo: il partito democratico che verrà e che, dice, dovrà nascere «subito dopo le elezioni». Cartello che non dovrà essere «una nuova “cosa”» e non sarà «la quarta “matrioska” della storia del Pci dopo Pci-Pds-Ds» ma «una forza politica salda e stabile che potrà essere il primo partito del nostro Paese puntando a rappresentare un terzo e più del nostro popolo». A una condizione però. Che sia «una forza riformista capace di legare le sue fortune a un cammino di riforme, avendo l’orgoglio di definirsi partito e sapendo essere nazionale nel senso indicato da Ciampi». E per l’ex sindaco di Roma non ci sono dubbi su quale deve essere l’asse portante del nuovo partito. «Per conquistare stabilmente la maggioranza dei consensi - mai ottenuta dal centrosinistra nelle elezioni politiche, neppure nel 1996 quando le elezioni furono vinte solo grazie alla spaccatura tra Polo e Lega - è indispensabile un forte baricentro democratico-riformista, oggi imperniato su Margherita e Quercia».
Conclusione: all’indomani del voto «dobbiamo dedicarci a quello che insisto nel chiamare “nuovo inizio”, sapendo che non ci interessano confluenze né mere combinazioni interpartitiche». Con un’avvertenza finale: «Il partito democratico non dovrà avere né dirigismo né commistioni. Niente partito guida. E, soprattutto, niente rapporti preferenziali con una o più forze sociali».