Rutelli: «Con Franceschini capo ci sentiamo liberi di andarcene»

RomaUn addio fragoroso e traumatico, che nessuno si aspettava e che lascia il Pd sotto choc. E sull’orlo del baratro.
Perché è il progetto stesso che inizia a sgretolarsi appena Walter Veltroni annuncia le sue dimissioni e fa capire agli attoniti dirigenti riuniti al tavolo del coordinamento Pd che non sono una finta né un attimo di debolezza ma una decisione irrevocabile. «Ora molti rischiano di accorgersi che Walter era il Pd, e senza di lui non può reggere», preconizzava nel tardo pomeriggio il veltroniano Giorgio Tonini. A sera la profezia sembra già avverarsi: la soluzione di compromesso, che dovrebbe portare il Pd fino alle europee sotto la guida del vice di Veltroni, l’ex Ppi Dario Franceschini, riceve i primi no. E quello più secco arriva da Francesco Rutelli e dalla sua componente, annunciato da una dichiarazione di Linda Lanzillotta: «Veltroni era l’unico punto di sintesi possibile per il Pd». «Se cambia l’amministratore delegato che avevamo scelto insieme, la società non c’è più e ognuno è libero di andarsene», è il messaggio che l’ex leader della Margherita invia allo stato maggiore Pd. E le europee possono essere un ottimo banco di prova per una nuova formazione centrista o un accordo con l’Udc. «Il futuro dei democratici è al centro: non è la sinistra, in crisi di identità e a rischio implosione, la soluzione dei problemi del Pd», incalzano Vernetti e Mantini. «Ora rischia di spaccarsi tutto», dicono al Nazareno.
Perché la mossa di Rutelli, che più d’uno si aspettava («abbiamo trovato l’accordo su Franceschini reggente da eleggere sabato 28 febbraio. Se regge fino al 28», confidava Piero Fassino) manda all’aria il compromesso e apre una contraddizione grave dentro la componente post Ppi, che dopo lo choc delle dimissioni di Veltroni aveva trovato un ricompattamento sotto la regia di Franco Marini. Era chiaro, ai centristi del Pd, che uscito di scena Veltroni i Ds sarebbero scesi in campo con Pierluigi Bersani per prenotare la guida del partito dopo le europee. E che era con loro che andava trovato l’accordo, per restare nel patto di sindacato del partito: il nome di Franceschini come transizione fino al congresso d’autunno è stato messo sul piatto e accettato. Forse, è il sospetto che più d’uno avanza in casa veltroniana, ci si stava lavorando già da un po’. Una transizione blanda, che lasci ampi margini di manovra su liste e alleanze, e poi un congresso e primarie su un ticket tra Bersani e un ex Ppi. Ma se Rutelli rompe il compromesso tacito al grido di: «Noi non faremo il partito dei contadini polacchi», utili idioti dei «comunisti», la partita diventa molto più difficile e la mediazione Franceschini rischia di essere archiviata prima di spiccare il volo.
Il clima, ieri al Nazareno, era pesantissimo. Tanto da sfiorare la rissa quando, tra una riunione e l’altra, Veltroni ha incrociato Bersani in un corridoio e gli ha sibilato: «Pierluigi, questa situazione è anche colpa tua». L’antagonista in pectore, raccontano i testimoni, si è frenato a stento.
Walter Veltroni ha deciso di tagliare la testa al toro ieri mattina, molto presto, mentre affluivano gli ultimi disastrosi dati dalla Sardegna e - soprattutto - dopo la lettura dei quotidiani. L’editoriale di Repubblica è stato la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno, con quell’annuncio di «campana a morto» per la leadership di Veltroni, definito «un apparatciki troppo autoreferenziale nella gestione del partito e troppo ondivago nell’azione politica».
«Un partito e i suoi leader non possono nascere e morire perché lo decidono i giornali, l’ho sempre detto che non possiamo farci dare e togliere la linea da Repubblica», si è inalberato Fassino. Ma lo spietato benservito del quotidiano di riferimento è stato appunto solo la goccia finale. Con gli amici più intimi già da giorni Veltroni descriveva una situazione ormai «insostenibile» dentro il suo partito: «Lavorano per farmi perdere, lo hanno fatto in Sardegna e lo rifaranno persino a Firenze», dove dalemiani e mariniani si preparano a rendere difficile la corsa dell’outsider Renzi. A Veltroni ieri mattina era chiarissimo lo scenario che si preparava: lui inchiodato al Nazareno con tutto il peso della sconfitta scaricato sulle sue spalle, e una raffica di interviste già pronte a partire da oggi per chiedergli un «passo indietro». E allora ha bruciato tutti sul tempo, e le dimissioni le ha date come e quando ha deciso lui. E non è un caso se l’unico che non ha voluto sentire né salutare, ieri, è stato Massimo D’Alema.