Rutelli: ho perso per colpa dei Ds

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Il candidato sconfitto: sconto le loro guerre interne. I dalemiani vogliono la testa di Veltroni ma lui gioca d'anticipo: andiamo alla conta. Il &quot;no&quot; di Marini<br />
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Roma - Nessuna resa dei conti immediata, perché Veltroni brucia sul tempo chi vorrebbe il suo scalpo e si dice pronto a mettere sul tavolo la propria leadership e ad andare «subito» a congresso. Proposta respinta, com’era prevedibile. Ma nel Pd frastornato dall’uno- due elettorale il clima è pesantissimo. C’è Francesco Rutelli, che si dice «stanco e amareggiato», che diserta l’assemblea dei senatori Pd che riconferma Anna Finocchiaro alla presidenza del gruppo («Povero figlio» lo giustifica un po’ velenosa lei, «è andato a riposarsi un po’, è anche giusto») e che riunisce i suoi. Ai quali spiega di aver «pagato la voglia di discontinuità » di una Roma «devastata ». E, soprattutto, non nasconde i suoi sospetti su quel voto «ancora tutto da spiegare», perché «gli elettori cattolici che avevamo li abbiamo presi tutti, ma da sinistra è partita un’operazione mirata», e non si riferisce solo alla sinistra radicale, ma anche a quei pezzi dei Ds «in guerra tra loro» che han fatto scontare a lui l’eterna rivalità tra Veltroni e D’Alema. C’è un Dario Franceschini sconsolato, che lamenta: «I giornali ci massacrano, ci dipingono divisi e in guerra tra noi proprio come ai tempi dell’Unione: così non riusciamo a uscirne». C’è Goffredo Bettini, che nella riunione del «caminetto » dei big, ieri all’ora di pranzo, riconosce apertamente che «in questo partito esistono almeno due linee politiche diverse», quella di chi (Veltroni) crede in un «partito moderno a vocazione maggioritaria» che si confronta a viso aperto con il centrodestra, e quella di chi pensa ancora ad «un partito della sinistra che cerca alleanze con l’Udc e la Lega». E allora «ci vuole un congresso per chiarire quale sia la linea che vogliamo». E poi c’è un D’Alema che ascolta impassibile e continua a confezionare minuscoli origami, e poi sbotta: «Mi pare che qui continuiamo a farci dettare la linea da Repubblica, e non mi sembra che finora ci abbia portato fortuna, diciamo». Già, non è piaciuto al ministro degli Esteri uscente quell’editoriale di Ezio Mauro che ieri invitava Veltroni, dopo la sconfitta bruciante di Roma, a non farsi «commissariare » dagli «oligarchi». E lo incitava a «strappare di nuovo per andare avanti, oppure rinunciare», ricordandogli quei «tre milioni e mezzo delle primarie» pronti a «contare nei momenti che contano». E ieri Veltroni ha deciso di «strappare», e all’ufficio politico, riunito nella pausa traun voto e l’altro per il presidente della Camera, ha lanciato senza alcun preavviso (solo Bettini, Gentiloni e pochi altri ne erano a conoscenza) la proposta di un congresso anticipato del Pd, «da tenere in autunno, magari il prossimo 14 ottobre», ossia nell’anniversario delle primarie che lo hanno eletto. «Non ho alcuna intenzione di minimizzare la portata del voto e soprattutto del ballottaggio di Roma», ha spiegato. E si è detto pronto a «mettere subito in gioco la cosa più importante per un segretario di partito, ossia la propria leadership e linea politica». Nessuno, in un Pd ancora tramortito e sotto choc per la doppia batosta, è pronto a sfidare a viso aperto un segretario eletto appena sei mesi fa. E dunque Veltroni sapeva che, con ogni probabilità, la sua proposta sarebbe stata respinta. Ma l’azzardo serviva proprio a giocare d’anticipo per disinnescare, prima che partisse ufficialmente, la guerriglia interna contro di lui. D’Alema ha capito subito dove si andava a parare. «Mi rendo conto che lo schema che viene proposto prevede che io, nei panni dell’oligarca, debba dire no alla proposta del segretario. Ma in questo schema non ci voglio entrare ». Però, ha spiegato, «un congresso ora non servirebbe a nulla, visto che delle ragioni della sconfitta non abbiamo neppure cominciato a discutere», e finirebbe per essere soltanto «una parata autocelebrativa». A favore di un «congresso vero» si sono invece dichiarati i due aspiranti sfidanti di Veltroni, Bersani e Letta. A favore anche Parisi e il resto dei prodiani: «Il rilievo della sconfitta ci costringe a quel confronto politico che finora è stato escluso». Contrari gli ex Ppi, Marini in testa, atterriti da una faida tutta interna ai Ds che rischia di «far implodere questo partito ». E contrario anche Piero Fassino: «Abbiamo scelto un leader, e i leader restano tali sia che si vinca sia che si perda. Dopo le Europee si vedrà».