Rutelli: Margherita in tilt, basta litigare sui giornali

Il responsabile di settore Damiano: con il tempo niente rimane lo stesso...

da Roma
Bella la scena, anche solo a immaginarsela, dietro le porte chiuse del vertice della Margherita. Arriva Francesco Rutelli con un pacco di giornali sotto braccio e si mette a bacchettare gli altri dirgenti. «Sono molto amareggiato - dice - non è possibile che ci riuniamo e finiamo a discutere sulle polemiche delle ultime 48 ore, su quello che viene raccontato ai giornali di ciò che accadrebbe qua dentro. Allora a che serve fare l'ufficio di presidenza?».
Non è che ai partecipanti alla riunione della direzione occorrano i sottotitoli per capire che il riferimento più o meno esplicito è allo scambio di fendenti - a mezzo intervista - tra Arturo Parisi e Franco Marini: il primo a profetizzare la fine dei partiti del centrosinistra in vista del nuovo rassemblement democratico, il secondo a difendere la persistenza di Margherita e Ds. E infine di nuovo il professore di Sassari, pronto a distillare un corsivo al curaro in forma di lettera, sul Corriere della Sera, per incrociare i ferri con Peppino Caldarola. Il diessino gli aveva replicato bruscamente «No, devi morire tu». E Parisi non ha accettato la provocazione: «Capisco che la sua prima formazione di militante possa averlo familiarizzato con la morte più di quanto abbia fatto con me la mia prima formazione di militante...». E giù altra stoccata ironica: «Mi farebbe tuttavia piacere che, come ogni parto (il partito democratico, ndr) fosse associato alla categoria della vita e non a quella della morte, sia che si tratti del superamento dei partiti esistenti, sia che di tratti semplicemente della mia personale morte politica».
Insomma, immaginate tutto questo che si cala nel duello a coltello che già è in atto sotto i petali della Margherita, si capirà benissimo il senso delle parole di Rutelli (che fra l’altro ha usato anche lui ampiamente, in questi mesi, la clava della carta stampata). Ieri, però, il leader della formazione centrista ha giocato la carta del padre della patria mettendoci sopra tutto il peso del suo ruolo: non possiamo permetterci di apparire come un partito sull'orlo della crisi di nervi - era il senso più o meno esplicito delle sue parole - un partito in tilt. Una preoccupazione raccolta esplicitamente da Lapo Pistelli: «Forse che nei Ds non di discute? Ma le loro riunioni non vengono descritte come quelle di un partito sul lettino dello psicanalista. Per colpa dei giornali, ma anche nostra». Ma di certo gli stracci continuano a volare, se uno che sembra avere i bottoni cuciti sul collo - il solitamente compassato Lamberto Dini - non si risparmiava una stoccata per uno dei più importanti uomini dello staff prodiano: «Siamo dispiaciuti che il signor Rovati abbia messo in piazza problemi che si devono affrontare nelle sedi proprie». Ce l’aveva a sua volta con Angelo Rovati, l’autodefinitosi «pseudotesoriere» del Professore (quello di Bruxelles), che nei giorni scorsi ha impallinato i due uomini dei soldi di Margherita e Ds spiegando che in queste ore stanno centellinando i contributi al candidato premier. E così tutte queste rogne finiscono nell’imbuto della cosiddetta «cabina di regia», il vertice che doveva mettere insieme Prodi, Rutelli e Fassino: avrebbe dovuto avere luogo oggi, invece è saltata a data da destinarsi (la settimana prossima). Parisi, dopo l’affondo punta a capitalizzare l’investimento politico. E infatti ieri ha commentato soddisfatto: «La decisione unanime dell'assemblea federale, pur letta inevitabilmente con accenti diversi, ci impone di continuare a impegnarci per la costruzione del nuovo Partito dei democratici». Un modo per prefiguare la scelta finale e tirare la corda nella sua direzione. Ma poi, il leader della componente prodiana, ammette anche - fra le righe, ma senza possibilità di equivoco - che i nodi non sono ancora sciolti: «È stata una riunione sicuramente utile anche se non ancora conclusiva». Così restano ancora irrisolti i punti dolenti che tengono in fibrillazione il partito: le primarie siciliane (che in caso di sconfitta di Latteri daranno un colpo alla maggioranza), il difficile rapporto con Prodi, le faticose tappe del processo di unione con i Ds. È una guerra di posizione che preannuncia ancora lunga. E in cui Arturo Parisi e la sua pattuglia di prodiani continua a combattere come i vietcong di Ho Chi Min: apparentemente in minoranza, ma a quanto pare in grado di ribaltare i rapporti di forza.