«Rutelli resta leader comunque»

«Io voterò quattro sì, ma chi lo vuol mettere in discussione fa un gravissimo errore»

Luca Telese

da Roma

Onorevole Giachetti, lei lo sa cosa dicono di voi rutelliani?
Roberto Giachetti, il «braccio sinistro» dell’ex sindaco di Roma (l’altro apostolo è Paolo Gentiloni, la trinità un tempo era completata da Ermete Realacci) sorride: «No, cosa dicono?». Che vi siete tutti pronunciati per il sì al referendum pur di controbilanciare l’astensione del vostro leader...
«Ed è, ovviamente, un’autentica sciocchezza. Le ricordo che il mio primo articolo a favore del referendum l’ho scritto quando la legge era ancora da approvare... ».
Certo qualche sospetto è legittimo: i migliori amici di Rutelli, sua moglie, e i suoi compagni di battaglia politica sono tutti per il «sì».
«Effettivamente è accerchiato, eh, eh... ».
A quanto pare non è convincente.
«È stato un percorso personale».
Non è un cerchiobottismo tattico per non restare senza paracadute in caso scattasse il quorum?
«Direi proprio di no».
Adesso non faccia come Gentiloni, secondo cui Rutelli non gli ha detto nemmeno una parola. Incredibile.
«Eppure è così».
Lei sperava di convincerlo?
«Non ci ho nemmeno provato. La sua è una scelta libera, e serena».
Willer Bordon dice che la scelta di Rutelli parte da lontano, e che a lungo termine può disarticolare il bipolarismo.
«Questa è - mi permetta di usare la parola più appropriata - solo un’altra delle tante cazzate che Bordon sta dicendo in questi giorni».
Però è stato Rutelli a dire che il referendum è in conflitto con il programma dell’Ulivo dando a quel voto un significato politico. O no?
«Ripeto: le obiezioni di Bordon sono insensate».
Ha visto che Adriano Sofri ha parlato di «effetto Fabius»?
«Collegandolo al referendum francese sulla costituzione europea? È come sommare pere e patate».
Ma anche Rutelli, come Fabius, potrebbe essere costretto a dimettersi se vincesse il sì?
«Che lo chiedano. Sarebbe un errore grave, un attacco privo di qualunque senso politico».
Perché?
«Perché nella Margherita - tranne noi - ci si divide fra chi è d’accordo con lui e chi non si è pronunciato. Chi potrebbe criticarlo dopo il voto?».
Se Rutelli scommette sul successo dell’astensione, non è ovvio che - in caso di sconfitta - qualcuno gli presenti il conto?
«No. Credo che su questa materia sia sacrosanta la libertà di scelta individuale».
La Margherita vi ha concesso la libertà di coscienza.
«Mi chiede cosa ne penso, della libertà di coscienza sulla bioetica?».
Perché lei cosa vuole rispondere?
«Che è un’altra cazzata. Io la libertà su temi così me la prendo comunque, mica me la faccia dare».
Lei sembra determinatissimo.
«Voto quattro sì, non solo per i miei trascorsi radicali e libertari, ma - in primo luogo - perché credo che lo Stato non debba entrare nella vita delle persone».
Dicono che si rischia il far west.
«Sbagliato. Con questi quesiti la legge non viene distrutta, ma resa compatibile con il livello di civiltà degli altri paesi europei».
Pensa che quella della Chiesa sia stata un’ingerenza indebita?
«No, è assolutamente legittimo che su una materia come questa la Chiesa dica la sua, ci mancherebbe altro. Solo che io non sono d’accordo nel merito della loro posizione».
Più coraggioso Rutelli che annuncia l’astensione, o Prodi a dire che vota, ma senza rivelare cosa?
«È una scelta diversa dalla nostra, ma su temi questo sono convinto che ognuno ha la libertà di fare come crede. Non mi sento di giudicare Prodi».
Ma se vince il no che succede?
«Altro che modifiche e miglioramenti. Sono convinto che il passo successivo sarà quella di far saltare la legge sull’aborto».
Cosa glielo fa pensare?
«La logica. E le dichiarazioni degli astensionisti. D’altra parte è stata la Prestigiacomo a dare l’allarme, mica io. Mi dispiace che i nemici del sì non abbiamo avuto il coraggio di fare una campagna diretta contro i quesiti».
Però astenersi è legittimo, anche questo lo dice Rutelli.
«Legittimo sicuro. Però dannoso: invece di cercare di capire cosa pensa il Paese, qualunque sia il verdetto, si spera solo di mandare a monte il referendum. È un calcolo miope».