RUTH SHAMMAH «La città che non si ama più»

«Nasconde la propria femminilità. E dunque non si riconosce più, non sa darsi ma solo chiedere»

Andrée Ruth Shammah è nata per caso a Milano. I genitori arrivavano dalla Siria. Anzi da lì scappavano. Sarebbero dovuti andare in Giappone. Invece si sono fermati qui. E lei qui è rimasta. Tutta la vita. «Ma mi sono accorta di essere a Milano solo più tardi, al Piccolo con Parenti, Testori, gli altri». L’amore per la città continua a guizzarle dallo sguardo vivo come quello di una ragazzina di vent’anni. Invece di venti anni ha un figlio che Milano l’ha lasciata per andare a Londra.
Com’è stata Milano da madre?
«Bellissima la sua infanzia. Divertente, alla scuola americana, aveva amici da tutto il mondo. Più difficile dopo, quando è andato al liceo, al Parini. L’ho sentita pericolosa. Ho sentito ragazzi vuoti, demotivati, non attratti dalla cultura, difficili da stimolare. L’adolescenza è pericolosa. Una madre lo sa... ».
Già, questione di femminilità.
«È un modo di guardare la realtà, di attardarsi sulle piccole cose. Vivere i dettagli, i fatti periferici. Il che non vuole dire essere sexy o appetibile ma com-prendere. Il gesto che caratterizza la donna è l’abbraccio. Ovvero il cerchio che prende dentro le cose, più cose. Anche quelle che apparentemente non stanno insieme».
Una volta aveva raccontato di una Milano-donna, perché ricca di acqua e l’acqua si sa è l’elemento femminile per eccellenza.
«Milano è donna. Però così come ha coperto la sua acqua, così costringe le donne a nascondere la propria femminilità. Si è sempre detto che Roma è una donna facile che mette in mostra la sua bellezza, che si dà a tutti. Milano invece nasconde il suo essere donna. E lo concede solo a chi entra nella sua femminilità. E cioè nei suoi cortili del centro per esempio. In via Bigli, in via Gesù ci sono ville con giardini che da fuori non si vedono, alcune anche con piante rare. È una una città che ha bellezze nascoste».
Ora c’è di più.
«Ha coperto i Navigli, ha nascosto la sua acqua, la sua femminilità. Le donne ad esempio sono costrette a essere efficienti. È uno dei codici ai quali devono rispondere. L’eleganza ad esempio. Si dice che le donne di Milano siano le più eleganti. Sono le più curate ma questo significa anche che c’è poco spazio all’invenzione, alla trascuratezza. Perché? Perché nella giornata devi poter andare dal direttore della banca poi a teatro e poi in altri mille luoghi. Devi essere buono per tutti gli usi e di conseguenza non per te».
Cosa è cambiato?
«Milano non si ama. Un tempo la sua bellezza era volutamente protetta, racchiusa. Ora invece Milano non si ama più così come le donne non si amano. Forse perché non si riconoscono più... È cambiato l’approccio dei milanesi con la loro città. Credo sia un fatto di responsabilità. A volte senti la gente, i cittadini anche quelli col potere che parlano male della propria città... ecco a loro vorresti dire “che cosa hai fatto tu per far sì che la realtà non sia quella che è?”. Milano-donna non si riconosce più, non è più capace di darsi. Solo chiede. Delega se stessa a altri. C’è un sottofondo continuo... un alito che soffia una continua scontentezza. Non solo. Milano ha il punto più alto di pregiudizi e preconcetti. La politica qui è considerata responsabile di tutti i mali della città».
Invece?
«Invece io non ci sto. Voglio guardare le cose per quello che sono, per valorizzare il buono».
Milano è ferma?
«Non lo è. Anzi, si muove tantissimo. Succedono delle cose come in nessuna città d’Italia ma qui non si vogliono valorizzare. Ricordo una cosa che diceva Tadini. Quando si parla di Parigi non si intende il governo della città, New York non è Giuliani. «Parigi è bella» non significa che è governata bene. È bella, punto. Quando si parla di Milano si identifica subito con che la governa».
E Milano è bella?
«Lo è. Ho percepito che ero a Milano solo quando sono arrivata al Piccolo con Testori, Parenti. Loro avevano il senso del pubblico. Milano mi aveva insegnato che il fare era la sua principale grazia. Ora si dice quello che bisogna fare. E nessuno chiede mai conto di quanto viene solo annunciato».
È cambiato qualcosa nel mondo della cultura oggi?
«Sgarbi è Sgarbi ma resta un’effrazione che non può essere la regola. Bisogna trovare la parte positiva del disordine. Si usi per smantellare un certo sistema, per rimettere in circolo le energie ma dietro, sopra ci vuole una regia. La difesa dello status quo non è un valore ma lo scardinamento neppure. Bisogna rimettere in moto la visibilità e la creatività di Milano ma chi la fa poi questa rotta? Ecco anch’io sono caduta nell’errore di parlare della città identificandola col suo governo... ».