Ryder Cup, l'amicizia tra europei batte l'orgoglio Usa

È considerata la competizione per eccellenza dell’agonismo golfistico, l’evento mediatico tra i più coinvolgenti, paragonabile solo alla Coppa del Mondo di calcio e alle Olimpiadi. È la Ryder Cup, la sfida biennale tra Stati Uniti ed Europa che riesce a travalicare i confini del gioco “antico e reale” per porsi all’attenzione generale del mondo dello sport. Lo dimostrano l’interesse dei media, l’entusiasmo del pubblico in campo (roba da stadio!), l’appeal per gli sponsor che fanno a gara per trovare un posto in prima fila e il coinvolgimento ufficiale del paese che di volta in volta ospita questa sorta di duello che trascende il confronto tra due squadre e coinvolge due continenti.

Una sfida che ha dell’epico, del cavalleresco, ma anche della battaglia - sportiva - all’ultimo sangue, all’ultimo assalto di baionetta (leggi, di putt imbucato per strappare la vittoria all’avversario), in cui dodici migliori - o stabiliti tali dalle rispettive selezioni - golfisti d’America ed i dodici più valenti europei si affrontano in una tre giorni di golf che da sempre li porta a dare il meglio di sé, spesso oltre qualsiasi aspettativa, a buttare il cuore oltre l’ostacolo, a giocare il colpo impossibile o mai tentato prima. La Ryder esalta, ma allo stesso tempo può mandare nel pallone il giocatore più forte del mondo.

Nata nel 1927 per iniziativa di Samuel Ryder, ricco venditore di sementi britannico - ovviamente patito di golf -, la Ryder aveva l’intento di mettere a confronto i due paesi golfisticamente predominanti dell’epoca: gli Stati Uniti e l’Oltremanica rappresentata da Gran Bretagna e Irlanda. Il successo fu immediato, lo spirito dell’evento venne subito recepito dai giocatori che oggi come allora lottano, danno l’anima per la conquista di un titolo, di un trofeo, solo per la gloria, per l’onore della bandiera. La Ryder Cup come… il Sacro Graal! Dopo un iniziale equilibrio nella sfida, a partire dagli anni Trenta la supremazia americana si fece quasi schiacciante, lasciando poco spazio ai “fondatori” del golf. Verso la fine degli anni Settanta ci fu la svolta: un nuovo regolamento permise a Gran Bretagna e Irlanda di affiancare i nascenti campioni dell’Europa continentale.

A dar man forte e nuova linfa ai campioni d’Oltremanica arrivò l’Armada spagnola di Ballesteros, il tedesco Langer, gli svedesi, il danese Bjorn e il nostro Costantino Rocca che in Ryder giocherà per ben tre edizioni. Fu quello il modo per salvare la Ryder, per rilanciarla, per non vederla naufragare in una ripetitiva supremazia yankee. Ora, nelle ultime edizioni, i ruoli sembrano essersi addirittura invertiti. Al K Club di Dublino gli europei hanno conquistato senza mezzi termini la loro terza Ryder consecutiva, la quinta negli ultimi sei anni, la nona nelle ultime dieci sfide. Declino dei golfisti più forti del mondo? Mi sembra un’esagerazione; gli americani sono sempre fortissimi ma è ormai un fatto provato che l’Europa sta esprimendo personalità di levatura mondiale. Ma, ancor più, e qui sta forse il segreto - poi non tanto nascosto -, il fatto è che gli europei riescono ad esprimere - quando arriva la Ryder - uno spirito di squadra che gli americani, così nazionalisti, non riescono a trovare nonostante tutta la buona volontà. Uno sguardo alle statistiche e salta fuori che negli ultimi anni gli europei hanno costruito le loro vittorie vincendo più incontri di “doppio” degli americani, i quali cercavano di capovolgere il risultato nei dodici singoli conclusivi.

Quest’anno al K Club l’ultimo grande sorpasso: con gli europei dominatori anche nei singoli per ripetere lo schiacciante punteggio della precedente edizione e battere gli States per 18 1/2 & 9 1/2. Ora sono gli americani a trovarsi davanti a più di un dilemma se vogliono tornare competitivi, riprendere a vincere e non far scemare l’interesse e l’entusiasmo per la grande sfida. C’è da ricompattare le fila, trovare nuove soluzioni al metodo di selezionare la squadra, lasciar forse più spazio alle scelte dirette del capitano e meno alle fredde classifiche a punti che a volte, perversamente, lasciano a casa giocatori di indubbia classe e carisma. La Ryder è fatta per gente dalla forte personalità, in possesso di un palmares di prim’ordine: meglio un campione d’esperienza, una “celebrità” che non un debuttante dal futuro promettente, ma ancora tutto da provare. La Ryder, oggi, è anche lo specchio di due diversi modi di vivere il golf professionistico.

Gli europei sul loro Tour, ma anche in giro per il mondo, fanno gruppo, creano amicizie, vivono gomito a gomito. Tra gli americani di Ryder, quest’anno, c’erano giocatori che sino a qualche settimana prima non avevano mai conosciuto di persona Tiger Woods o Phil Mickelson e che forse non ci mangeranno neppure più insieme. Questa grande diversità si è toccata con mano al K Club, si è vista sui televisori di tutto il mondo con gli europei che si caricavano a vicenda, che parlavano, scherzavano tra loro, anche nei momenti difficili con quel pizzico di moschettiera memoria del “tutti per uno, uno per tutti”.

Montgomerie, il professore, il leader spirituale, l’Aramis della situazione; Garcia, il guascone D’Artagnan, pronto alla stoccata impossibile; un Darren Clarke generoso come Porthos e che, grazie al supporto dei compagni, riesce a superare l’impasse del momento, il dolore struggente per la recente scomparsa della giovane moglie, a giocare per lei, per la bella Heather, e a dare il meglio di sé ricevendo in cambio tutto l’affetto dei suoi compagni, del pubblico irlandese e addirittura dei compassati e depressi avversari. La Ryder è tutto questo e ancora di più. Sono i volti e le espressioni dei due capitani che saltano da una partita all’altra ad incoraggiare i loro prodi. I capitani con il fiato sospeso nel dubbio di aver sbagliato l’abbinamento nei doppi, con il sorriso e la gioia in volto per ogni punto conquistato ed il morale sotto i piedi in caso di disgrazia.

E alla fine non esistono milioni di dollari che valgano quanto quel calice d’oro che il capitano vincitore alza raggiante al cielo e che i giocatori, a turno, baciano come la più preziosa e la più agognata delle amanti. “Siamo campioni, campioni di Ryder”: un urlo che si alza al cielo dopo l’ultimo putt decisivo. L’urlo e la gioia non di una nazione, ma di tutto un continente, senza distinzione di bandiera ed anche senza rappresentanti in squadra. La Ryder è scozzese, come irlandese, inglese, spagnola o svedese, ma è anche italiana o lussemburghese. La Ryder ancora una volta è l’Europa, quella del golf, ben più unita e compatta che non quella fredda e calcolata della politica. La Ryder è anche questo.