Sì ai magistrati punibili [NOTE][/NOTE]Blitz bipartisan in Aula: il governo è battuto

RomaE cinque. In poco più di due mesi e nonostante la maggioranza bulgara e bipartisan di cui gode, il governo Monti viene nuovamente battuto alla Camera. E questa volta con almeno 200 franchi tiratori, visto che all’emendamento del leghista Gianluca Pini che introduce la responsabilità civile per i magistrati avevano annunciato il loro «no» - così come da parere dell’esecutivo - Pd, Pdl e Terzo polo. E invece il voto segreto dà voce a quello che in Parlamento deve essere un sentimento piuttosto diffuso nei confronti delle toghe. Altrimenti non si spiegherebbe una debacle di queste dimensioni: sommando anche l’Idv e la parte del gruppo misto che appoggia l’esecutivo i «no» dovevano essere 412 e si sono invece fermati a 211. Con il Pdl certamente soddisfatto, perché il tema della giustizia è da sempre uno dei più cari al centrodestra. E il Pd completamente in ambasce, al punto che Pier Luigi Bersani arriva a far sorridere nei capannelli del Transatlantico anche i suoi colleghi di partito quando prova a sostenere che la colpa è del Pdl. Con buona pace del segretario democratico e del capogruppo Dario Franceschini, infatti, la matematica questa volta è implacabile. Anche se il Pdl avesse votato in blocco contro il governo «avanzerebbero» comunque altri 57 franchi tiratori. Mica quisquilie.
Il contraccolpo, dunque, si fa sentire parecchio. Non solo tra i magistrati - con il presidente dell’Anm che arriva a definire il voto del Parlamento un «tentativo d’intimidazione» e i deputati del Pdl Guido Crosetto e Alfredo Mantovano che chiedono al capo dello Stato di «tutelare le dignità delle Camere» - ma soprattutto nel Pd. Bersani vaga per i corridoi di Montecitorio e definirlo «nervoso» è un eufemismo. Tanto che bolla come «una cazzata» l’ipotesi del voto trasversale nonostante sia inesorabilmente certificata dai numeri. Invece se la prende con il Pdl che non ha tenuto fede all’impegno di votare «no» e «destabilizza» il governo. Eppure anche i suoi non la pensano così. E a microfoni spenti lo dicono chiaro. I radicali - che avevano annunciato il loro voto favorevole - non si fanno invece alcun problema. «C’è una maggioranza trasversale per una riforma della giustizia strutturale in grado di votare l’amnistia, ringrazio i colleghi del Pd», spiega Rita Bernardini. E Maurizio Turco si dà alla matematica: «La somma dei voti di Lega, Pdl e dei nostri, non basta a raggiungere i voti che ci sono effettivamente stati. Quanto meno una parte del Pd e dell’Udc ha votato con noi». Che è più o meno l’idea che deve essersi fatto Pier Ferdinando Casini. «Bisogna essere sinceri - dice il leader Udc - perché il voto è andato oltre la vecchia maggioranza Pdl-Lega». Anche se per Bersani questa resta «una cazzata». L’interpretazione che dà il leghista Maurizio Fugatti, invece, è che l’esito del voto segreto dimostra che il Pd «è ostaggio dei magistrati nei voti palesi». Concetto intorno al quale gira anche Fabrizio Cicchitto che parla di «attacchi ingiustificati» da parte di Bersani e Franceschini e punta sul «voto libero che ha coinvolto tutti i gruppi parlamentari». Insomma, conclude il presidente dei deputati del Pdl, sarebbe bene che «il gruppo dirigente del Pd prendesse atto della sensibilità esistente su questo tema» tra i suoi parlamentari. E il segretario del Pdl Angelino Alfano, su Twitter: «A sinistra grande indignazione, però a scrutinio segreto almeno 50 di loro hanno votato a favore della norma su responsabilità dei magistrati. Chi sbaglia paga, anche i magistrati».
L’ultimo contraccolpo, invece, è per l’esecutivo che per bocca del ministro per le Politiche Ue Enzo Moavero aveva espresso parere contrario. Il governo Monti, infatti, incassa il quinto stop (i precedenti sono un ordine del giorno e un emendamento sulla manovra lo scorso 16 dicembre e due mozioni su Libia e immigrazione il 18 gennaio). Ma quello di ieri è il più eclatante. Non solo perché i numeri sono enormi, ma anche perché la materia è delicatissima, principale terreno di scontro ormai dal 1994 tra centrodestra e centrosinistra. Così, anche se Cicchitto prova a smussare assicurando che «il voto non è contro il governo», non c’è dubbio che Monti non abbia affatto gradito la «botta». È vero che la norma può essere modificata al Senato - e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà ha assicurato che sarà così - ma l’incidente conferma la difficoltà di tenere insieme partiti così distanti tra loro soprattutto su materie sulle quali non c’è alcun impegno preventivo nei confronti del governo.