Sì ai writer, ma in spazi appositi

(...) non si possono fare disegni, dipinti, segni o altro su superificie di proprietà altrui, se non previamente autorizzati. Trattasi dell’“abc” del diritto ma risulta necessario perché, in questo caso, abbiamo a che fare con soggetti che hanno cognizioni di base largamente inferiori a queste, almeno a giudicare dai loro comportamenti.
Detto questo ci può anche essere qualche politico che, legittimamente, pensa dei graffiti quello che Jean-Michel Basquiat, il padre del graffitismo, usava come pseudonimo firmando le sue composizioni sui muri del Greenwich Village, a New York, agli albori della sua carriera: «Samo» che voleva dire «Same Old shit» (ovvero: “la solita vecchia merda”).
Io non sono d’accordo, ma avessi una responsabilità politica non potrebbe essere né il mio accordo né il mio disaccordo estetico con questa definizione a ispirare ciò che dovrei fare.
In concreto mi parrebbe ragionevole la proposta, che spero faccia sua l’assessore alla Cultura del comune di Milano, nonché dal multiforme ingegno, Vittorio Sgarbi, di dedicare cioè alcuni spazi della città a questo genere di espressione.
E chi non sta ai patti anatema sit: perché - nelle cose - si autodefinisce vandalo, barbaro, eretico nei confronti dell’arte con la “a” maiuscola e dei patti con la “p” maiuscola, che regolano la convivenza tra esseri umani civili. Visto con chi abbiamo a che fare (intendo dire i graffitari) ci rendiamo conto che la proposta è un po’ illuminista, ma è pensata anche per scarsezza di alternative possibili.