Il sì di Berlusconi: «Può durare sino al 2013»

RomaVoleva parlare. Si che voleva parlare. Intervenire durante le dichiarazioni di voto sulla fiducia al governo Monti e dire la sua. Non tanto per affondare colpi sul nuovo esecutivo, né per dire che il Pdl è «pronto a staccare la spina». Quanto per sottolineare la bontà del lavoro fatto, ribadire che da quando ha lasciato Palazzo Chigi lo spread e la Borsa non si sono affatto calmati a dimostrazione che si trattava solo di un «pretesto» per mandarlo via e spiegare che quasi tutte le misure annunciate dal neopresidente del Consiglio sono «in piena continuità» con quelle varate o programmate dal governo Berlusconi.
Tutte cose, queste, che il Cavaliere avrebbe voluto dire nell’aula di Montecitorio, per rimarcarne l’importanza e per mettere il Berlusconi-pensiero agli atti della fiducia a Monti. Alla fine, però, è prevalsa la così detta «ragion politica». Perché - hanno fatto notare in molti all’ex premier nelle ultime ore - non è mai accaduto che un presidente del Consiglio uscente facesse dichiarazioni di voto a favore del suo successore, peraltro con tempi contingentati a dieci minuti. E togliendo la scena al segretario del Pdl che in qualche modo ne sarebbe uscito delegittimato.
Così, alla fine il Cavaliere decide di cedere il passo ad Alfano. In aula è lui a dire che il Pdl voterà «compatto» la fiducia, con un «sacrificio ai principi» ma con «un atto di responsabilità in primo luogo del presidente Berlusconi». Che in Transatlantico, intercettato dai giornalisti, definisce «positivo» l’intervento di Monti, spiega che il nuovo governo «è partito bene» e smentisce di aver detto ai gruppi parlamentari che è «pronto a staccare la spina» quando vuole. Anzi, aggiunge, «credo che questo esecutivo opererà in maniera tale da essere utile al Paese per tutta la durata del periodo che rimane». Traduzione: Monti andrà avanti fino al 2013.
Con buona pace di quella corposa parte del Pdl che la fiducia al governo l’ha votata a malincuore, convinto che la soluzione migliore sarebbe state le urne anticipate. Più di un ex ministro, infatti, off record non esita a dire che sarebbe stato ben contento di potersene restare a casa e non «sporcarsi le mani» con «questa fiducia». Nel partito, però, preme anche e soprattutto l’area delle colombe, di coloro che - per ragioni e obiettivi diversi - sono convinti che arrivati a questo punto non si possa non appoggiare Monti. Una tensione palpabile se i deputati sardi del Pdl Nizzi e Cicu arrivano ad un passo dalle mani quando il primo consegna a Monti un dossier sulla Sardegna sottoscritto solo da una parte dei suoi corregionali del Pdl. E l’immagine dei due che si insultano (anche con un cordialissimo «pezzo di m...») è solo la punta dell’iceberg dell’agitazione che regna a via dell’Umiltà.
Molti degli ex ministri, infatti, chiedono ora di avere un ruolo operativo nel partito. Mentre altri vorrebbero la poltrona di capogruppo alla Camera di Cicchitto. Una situazione più che esplosiva a cui Berlusconi sa di doversi dedicare nelle prossime settimane. La tensione, infatti, salirà non appena in Parlamento arriveranno i primi provvedimenti del governo. A partire da Ici e patrimoniale (su cui il Cavaliere continua a dire «no»). Basta fare un sondaggio in Transatlantico, infatti, per capire che il Pdl è spaccato in due anche su questo. Tra chi esclude di poter sostenere simili misure e chi invece è convinto che a Monti si debba dare tutto l’appoggio possibile per superare il momento di crisi.
Un bel rompicapo, dunque. Anche per un Berlusconi deciso a riorganizzare il Pdl dalle fondamenta. Gianni Letta, invece, secondo i rumors, dovrebbe tornare a Mediaset di cui - prima di diventare sottosegretario alla presidenza del Consiglio - è stato già vicepresidente.