Sì della Camera alla soglia del 4% E D’Alema isolato esce di scena

RomaIl patto di ferro sulla nuova legge elettorale europea tiene fino in fondo. E Pd e Pdl riescono ad aggirare anche l’ultimo ostacolo: il voto segreto.
La Camera ha votato ieri le nuove regole, che introducono lo sbarramento del 4 per cento per andare a Strasburgo: 517 favorevoli, 22 contrari e 3 astenuti. Un voto più che compatto, che ha visto uniti tutti i gruppi. Mentre attorno infuriava la polemica dei partiti a rischio quorum: socialisti e Verdi hanno lanciato volantini dalle tribune contro «Veltrusconi»; il Prc ha manifestato davanti al Quirinale, e da molte giunte arrivano minacce di far cadere le maggioranze col Pd per protesta.
Per ottenere il voto segreto, in modo da incoraggiare i tanti dissenzienti, occorreva raccogliere 30 firme di deputati, e Mpa e radicali si erano dati da fare tutto il pomeriggio per trovarle, ottenendo qualcosa in tutti i gruppi tranne quello di Di Pietro, che ha abilmente lasciato l’onere della riforma a Pd e Pdl ma conta di guadagnarci più di tutti, facendo incetta di voti di sinistra con candidature alla Travaglio e Camilleri. A sera le firme c’erano, e il presidente della Camera Fini si diceva «fortemente orientato» a concederlo. È stato allora che sono entrati in azione i capigruppo Pd Soro e Pdl Cicchitto, richiamando all’ordine i firmatari. Nel giro di mezz’ora le firme sono calate a 21, e la mina è stata disinnescata.
Chi nel Pd, che in mattinata ha riunito il proprio gruppo, aveva manifestato dissenso, nel voto finale si è attenuto alla disciplina di partito. Come aveva chiesto Walter Veltroni: «Se alla fine di questa assemblea prendiamo un orientamento, deve essere quello e valere per tutti». E l’orientamento era stato chiaro: solo quattro contrari (tre parisiani e il dalemiano Tocci) e due astenuti, i dalemiani Barbara Pollastrini e Gianni Cuperlo. Che con la consueta autoironia commentava: «Ero pronto a restare in minoranza, ma non così minoranza...». D’Alema, che nei giorni scorsi aveva fortemente criticato la riforma, ha lasciato l’assemblea senza parlare e prima del voto: «Ho un impegno», ha spiegato. «Ha seguito la linea Moretti: mi si nota di più se vado o se non vado?», se la ride Beppe Fioroni.
Bersani ed Enrico Letta hanno avanzato perplessità, «di metodo più che di merito», ha spiegato il secondo, «così diamo l’impressione di essere andati da Berlusconi col cappello in mano». Ugo Sposetti ha tuonato senza remore contro una «lesione della democrazia». Livia Turco ha lamentato: «Ci assumiamo la responsabilità di umiliare la sinistra». Poi ha capito l’aria che tirava e si è prontamente allineata al vincitore, votando sì e prendendosi una lavata di capo da Cuperlo: «Ma che coerenza è questa?». Bastava guardare le facce soddisfatte dei colonnelli veltroniani, da Fioroni a Franceschini, per capire che per lo stato maggiore Pd ieri è stata una buona giornata. Veltroni ha imposto la conta, fatto prevalere la sua linea e dimostrato che la fronda dalemiana, almeno nel gruppo, pesa poco. E ha portato a casa un accordo blindato col Pdl: 4% che può dare un po’ di fiato al Pd; partita Rai (oggi verrà eletto Zavoli alla Vigilanza, poi intesa sul Cda); riforma dei regolamenti parlamentari. «Un inciucio per un piatto di lenticchie», si scandalizza la dalemiana Velina Rossa. Anche se Franceschini giura che è stata «una buona pagina politica», perché maggioranza e opposizione hanno «cambiato le regole insieme» e «senza scambi, tavoli paralleli e trattative segrete».
Fioroni si gode il trionfo interno e la vendetta nei confronti di un D’Alema sempre meno tenero verso gli ex Ppi: «Come diceva quello? Che il Pd è un amalgama mal riuscito? Con quattro voti contro e due astenuti mi pare un amalgama che meglio di così non poteva riuscire, no?». Certo, anche se questa battaglia è stata vinta la guerra sarà ancora lunga, e Veltroni è atteso al varco del risultato elettorale europeo, sul quale lui stesso non si fa grandi illusioni. Ma fargli le scarpe, i suoi ne sono convinti, «sarà più difficile di quel che credono».