Sì alla « cultura dell’aglio» con alcuni accorgimenti

Fra i «tavoli» di questa estate ce n’è uno in particolare, aperto da Carlo Rossella, sull’aglio. Stando alle cronache ricche e dettagliate, risultano attivi, a proposito di aglio nelle vivande, il partito del no, che vede in prima fila Rossella, Silvio Berlusconi e un noto chef del quale non ricordo il nome, e il partito dei sì che, sempre che ricordi bene, non può contare su nomi di prestigio. Lei, caro Granzotto, in qualità di fondatore e presidente del Circolo del Tavernello, che parti prende? E se come penso appartiene al partito dei sì, come se la caverebbe con Berlusconi? Voglia scusarmi se le sottopongo un quesito di così povero contenuto, ma a dirle la verità mi sono un po’ scocciato del dibattito sul Partito democratico, su Veltroni, sul Tesoretto, su quando casca Prodi, sul bacio al Colosseo e sul riscaldamento globale (qui in Trentino fa un freddo dell’ostrega).


Povero di contenuto? Lei dice, caro Ferron? Lo sa che invece quello in corso è un dibattito culturale che concerne, appunto, la «cultura dell’aglio»? D’altro canto se, come ebbe a rivelare il progressista Enzo Foschi, la suoneria dei telefonini ha un «potere culturale», figuriamoci il potere culturale che emana l’Allium sativum. Noi del Tavernello non nutriamo pregiudizi eppertanto non siamo contro l’aglio senza se e senza ma. Soprattutto non lo siamo digrignando i denti, come invece capita a chi l’aglio detesta. Libertà di pensiero, libertà di gusti. Culturalmente parlando, l’aglio, oltre ad allontanare vampiri e streghe che è già un bel fare, ha permesso all’uomo di rendere più gradevole al palato, più saporito, il monotono e sciapo pane quotidiano (tutto ciò - ovvio - fino alla comparsa della società opulenta. La nostra). Durante la Campagna d’Italia l’armata napoleonica procedeva sul sacro suolo della nostra Patria con una treccia d’aglio al collo. Dovendo arrangiarsi (solo dopo averci ben bene depredato e derubato - sempre con la scusa di portarci la libertà, è chiaro - quel birba d’un Napoleone prese a versare il soldo alla truppa), e non riuscendo ad arraffare che tozzi di pane o qualche rapa, una bella strofinata d’aglio e tutto sembrava più buono. E con questo dotto riferimento storico, la cultura è sistemata.
L’aglio, però, emana un odore sgradevole ai più. Lo emana di per sé e, se ingerito, ammorba l’alito. Essendo un consumatore di aglio crudo (quello cotto, de gustibus, non mi piace) conosco bene il problema. Per non rinunciare al sublime aglio, olio e peperoncino (che nella mia ricetta richiede, appunto, aglio crudo) o al peperone arrosto con la sua bella acciuga e il suo bel spicchio d’aglio, alla allegra e gustosa bruschetta o alla sublime bagna cauda, (quella vera, ché nei degenerati tempi odierni i ristoratori l’allungano con la panna per sfumare, fino a renderlo irriconoscibile, il sapore e il profumo dell’elemento base: l’aglio), me ne cibo in solitudine o in compagnia di aglisti e agliste come me. Evitando poi, e per almeno ventiquattr’ore, di frequentare chiunque tema le conseguenze dell’«aglio passivo». Ma supponiamo che dopo una abboffata di puntarelle le quali senz’aglio risultano semplice erba, buona per le capre, supponiamo, dicevo, che il più noto antiaglista sulla piazza, Silvio Berlusconi, mi convochi a colloquio. Ipotesi astratta, ma facciamo conto che. In quel caso - ecco il trucco, caro Ferron - sgranocchierei preventivamente due o tre dischi di carbone vegetale Belloc e oplà, come per miracolo il mio alito tornerebbe asettico, non dico profumato come lo sciate della bella addormentata di «I’ te vurria vasa’», parole di Vincenzo Russo, musiche di Eduardo Di Capua, ma siamo lì.