Sì al decreto fiscale ma su Irpef e famiglia i conti non tornano

Diventa legge il testo che anticipa la Finanziaria con misure per 8 miliardi di euro. De Gregorio vota contro il governo. Gli esperti di Palazzo Madama: dubbi su entrate erariali e assegni per i figli

Gian Battista Bozzo

da Roma

Una fetta consistente della manovra 2007 - otto miliardi di euro su poco meno di 34 miliardi - è legge. Con il «sì» definitivo del Senato al decreto fiscale ritorna la tassa sulle successioni e sulle donazioni, arriva il caro-bollo sulle moto «euro zero», la mancata emissione dello scontrino fiscale per tre volte in cinque anni comporterà la chiusura dell’attività fino a un mese. Fra le molte altre norme del decreto, l’aumento al 22% (ma sarà rivisto al 20% con la Finanziaria) dell’imposta sostitutiva sulla plusvalenze immobiliari di tipo speculativo, la «convenzione unica» per le concessioni autostradali, e l’obbligo per i calciatori di trasmettere per via telematica al Fisco i contratti di sponsorizzazione.
Non è stata necessaria la fiducia per approvare il provvedimento a Palazzo Madama, anche se il governo vi aveva fatto ricorso alla Camera dove i numeri della maggioranza sono assai più ampi. La votazione finale al Senato ha visto 162 «sì» contro 155 «no», e nessun astenuto. Non è stato determinante il voto favorevole dei cinque senatori a vita presenti (mancavano Giulio Andreotti e Sergio Pininfarina); né ha creato problemi - se non di tipo politico - il «no» dell’ex dipietrista Sergio De Gregorio. Gli errori di pulsante si sono compensati: l’ulivista Natale D’Amico ha votato «no» senza volerlo, e Lorenzo Poli (Udc) si è espresso incidentalmente a favore. Assenti il dc Gianfranco Rotondi, arrivato in ritardo, e Antonio D’Alì (Forza Italia). «È la vittoria più significativa dall’inizio della legislatura», esulta la capogruppo dell’Ulivo Anna Finocchiaro, mentre Piero Fassino suggerisce alla Cdl di privilegiare il confronto «anziché tentare spallate».
Anche senza fiducia, la blindatura di fatto c’è stata, ribatte il centrodestra: «Alla nostra disponibilità al confronto i senatori della maggioranza hanno risposto con il silenzio assoluto, votando a testa bassa senza fiatare», attacca Altero Matteoli (An). Il testo, infatti, è rimasto immutato rispetto a quello approvato, con fiducia, a Montecitorio.
Il via libera del Senato al decreto fiscale fa rifiatare il governo. Romano Prodi, in Consiglio dei ministri, rimarca il fatto che il provvedimento sia passato senza blindatura ufficiale proprio al Senato, dove la maggioranza è sottile come un capello. E chiede ai colleghi di governo di «limitare al massimo» gli emendamenti alla Legge finanziaria vera e propria, che sta incominciando il cammino a palazzo Madama dopo il «sì» della Camera.
Gli emendamenti dovranno essere presentati in commissione Bilancio entro il 30 novembre. Alcuni di essi sono stati preannunciati dal sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi: non ci sarà più il super-bollo sulle auto a gas, gpl, ed elettriche; sarà estesa ai fratelli la franchigia di un milione di euro su successioni e donazioni (lo prevede un ordine del giorno approvato al Senato); la copertura finanziaria per il «5 per mille» a favore della ricerca e delle organizzazioni non profit - 250 milioni di euro - arriverà da nuovi giochi e lotterie, visto che «non ci sono altre risorse fiscali» da rastrellare.
Grandi precisa anche i tempi per la nuova tassazione delle rendite finanziarie. Il disegno di legge delega, che porta l’aliquota dal 12,50 al 20%, potrebbe essere varato dalla Camera entro il 20 gennaio, per consentire che i decreti delegati siano approvati in febbraio. Le entrate previste, pari a un miliardo di euro per il 2007, sono state formalmente cancellate dalla copertura della manovra; ma arriveranno una volta in vigore i decreti.
La partita si sposta dunque sulla Finanziaria; e qui sarà impossibile per il governo rinunciare alla fiducia. Arrivano, intanto, i primi dubbi del servizio bilancio di palazzo Madama: i tecnici del Senato affermano che sul gettito dell’Irpef e sulle spese per gli assegni familiari i conti della manovra non tornano. Anche il trasferimento del Tfr «inoptato» potrebbe rendere meno dei 5 miliardi attesi: perciò sono stati chiesti lumi all’Inps.