Ségolène in Cina tace sui diritti umani ma sparla degli Usa

da Parigi

Ci sono polemiche a Parigi per il modo in cui Ségolène Royal, attualmente in viaggio in Cina, ha affrontato i problemi delle relazioni con Pechino, trascurando quasi completamente il nodo dei diritti umani in seno alla Repubblica popolare. Come se non bastasse, la candidata ufficiale del Partito socialista francese all’Eliseo - che nei giorni scorsi aveva affermato di provare «un indefinibile sentimento di disgusto» per l’esecuzione di Saddam Hussein - si è ben guardata dal denunciare il fatto che nel Paese asiatico vengono eseguite ogni anno migliaia di condanne a morte. Infine, la Royal viene accusata di non aver toccato l’argomento delle violazioni alla libertà d’informazione in Cina, ripetutamente denunciate dall’organizzazione, che ha sede a Parigi, «Reporter senza frontiere».
I collaboratori di Ségolène invitano i giornalisti, che la stanno seguendo nel corso del suo attuale viaggio in Cina, a leggere tra le righe le dichiarazioni da lei rilasciate nel corso della visita alla Grande Muraglia e degli altri appuntamenti pubblici di ieri, primo giorno del suo tour nella Repubblica popolare. In realtà occorre una buona dose di immaginazione nel vedere un nesso tra le parole di madame Royal e il problema dello sviluppo della democrazia cinese. «Noi - ha detto la candidata socialista alla presidenza - dobbiamo cogliere l’occasione dello sviluppo della Cina, che rappresenta ormai la quarta potenza economica a livello mondiale». E ancora: «La Cina rappresenta per noi una nuova frontiera. Abbiamo dunque il compito di osservarla con attenzione e anche con un certo spirito di conquista, ma senza essere ingenui». Queste frasi si riferiscono evidentemente all’argomento che interessa di più la Royal: la competizione economica e soprattutto il bisogno di scongiurare il trasferimento di imprese francesi verso l’Estremo Oriente, dove la manodopera è molto meno cara.
Spinta dai sindacati francesi a difendere i livelli occupazionali, Ségolène mette in primissimo piano la tematica economica, che in realtà non pone eccessivi problemi alle autorità di Pechino, ormai più che abituate a discuterne con i leader (o aspiranti tali) dei Paesi occidentali. La Royal mette invece in secondo piano gli argomenti politici, che affronta soprattutto in chiave di polemica antiamericana. Eccola riassumere per i governanti cinesi il suo programma internazionale con la frase: «Noi non vogliamo una sola superpotenza, che per di più ha combinato recentemente molti danni». Insomma, si allude agli Stati Uniti solo per «i danni che combinano» e si esalta la partnership politica con Pechino. Quanto al problema dei diritti umani, la sola allusione sarebbe contenuta in quella frasetta secondo cui non bisogna «essere ingenui».
Un po’ poco per ipotizzare un impegno di Ségolène Royal paragonabile - anche lontanamente - a quello che ha caratterizzato le affermazioni di un’altra «grande donna» dell’attuale scena politica planetaria: l’americana Nancy Pelosi, che giovedì ha assunto a Washington la guida della Camera dei rappresentanti. Impugnando il grande martello di legno, che simboleggia il potere dello «speaker» della Camera, la democratica Nancy Pelosi, il cui partito ha una maggioranza di 433 seggi contro 402, ha riaffermato le proprie convinzioni politiche. Compresa l’idea della difesa dei diritti umani, che da Tienanmen in poi l’ha portata a qualche delicata polemica con le autorità di Pechino. Si dice persino che Nancy Pelosi sia attualmente «persona non grata» entro i confini della Repubblica popolare. Può darsi che - vista la sua nuova responsabilità - le autorità cinesi si adattino all’idea di invitarla nel loro Paese, ma è poco probabile che l’esponente democratica americana sia pronta a modificare il proprio pensiero politico o a sorvolare su alcuni aspetti di quest’ultimo.
Dal punto di vista di Ségolène, l’attuale viaggio di quattro giorni in Cina è soprattutto un modo per dimostrare ai suoi «cari compatrioti», come chiama i francesi nei suoi discorsi, d'essere competente sul piano delle relazioni internazionali. È stato proprio un suo illustre compagno di partito - l’ex Primo ministro Michel Rocard - a rimproverarle pubblicamente una scarsa esperienza in questa materia, che è assolutamente fondamentale per un inquilino dell’Eliseo. Madame Royal ha reagito compiendo un viaggio mediorientale all'indomani del suo successo alle primarie socialiste del 16 dicembre scorso. Le è però capitato un incidente, che i suoi collaboratori hanno attribuito all’inesperienza dell’interprete: durante l’incontro con alcuni esponenti libanesi, un hezbollah ha fatto gravi e bellicose dichiarazioni anti-israeliane senza suscitare le proteste della candidata all’Eliseo. Adesso ci sono le polemiche a proposito dei diritti umani in Cina e così i critici francesi della Royal riprendono a parlare della sua presunta inesperienza in campo internazionale, cosa che rischia di tradursi in qualche silenzio di troppo.