Ségolène litiga e perde terreno

Dopo essersi inimicata molti leader socialisti, sabato si è scontrata con la presidente della Confindustria. Sarkozy e Bayrou ringraziano

Sei mesi fa i francesi si chiedevano: «Chi non ama Ségolène?». E, a parte Sarkozy, pochi osavano dichiarare apertamente la propria ostilità, o anche solo le proprie perplessità, nei confronti del candidato più mediatico degli ultimi dieci anni. Ma ora la domanda è: «Chi non ha ancora litigato con Ségolène?». Il Paese si accorge che quel sorriso all’apparenza dolce e sincero è in realtà ingannevole; cela un’indole testarda e modi che nel suo staff non si esita a definire sgradevolmente autoritari. Nei primi mesi del 2007 la Royal è riuscita a inimicarsi tutti i leader del Partito socialista, ha svoltato a sinistra ma non ha legato con i tanti capetti della «gauche estrema», ora è riuscita a indispettire un’altra «donna in carriera», non in politica, ma in economia: Laurence Parisot, l’influente presidentessa del Medef, la Confindustria francese.
Sabato sera le due si sono scontrate durante un dibattito in tv, ieri Laurence non ha resistito alla tentazione di un’ultima stoccata. Ségolène? «Tende al monologo più che al dialogo» ed è «ambigua nei confronti dell’economia di mercato», mentre il candidato centrista Bayrou «ha una grande volontà di scambio» e Sarkozy «una grande capacità di ascolto». Insomma: entrambi sono preferibili alla Royal, che non riesce a darsi un’identità. Non piace ai piccoli imprenditori, né alla base del partito, non agli operai e nemmeno alla piccola e media borghesia.
E tra un mese si vota per il primo turno delle presidenziali. Saranno dodici i candidati ai blocchi di partenza; tantissimi. Finora solo Sarkozy può dirsi ragionevolmente certo di passare al ballottaggio. I sondaggi lo danno stabilmente attorno al 28-30%, ma soprattutto dimostrano che il presidente dell’Ump, che a fine mese lascerà la carica di ministro degli Interni, può contare su una base molto solida: il 74% di chi lo sostiene si dice sicuro della propria scelta. Non altrettanto si può dire dei rimanenti undici pretendenti. Ségolène è in chiaro deficit di credibilità e nemmeno l’idea di «una nuova Repubblica», la Sesta, fondata sul lavoro, sembra aver impressionato gli elettori. Domenica ha promesso un rinnovamento istituzionale basato su «quattro pilastri: una democrazia parlamentare che metterà fine al cumulo dei mandati»; una «democrazia sociale»; una «democrazia partecipativa che punta sull’intelligenza delle persone» e poi una «democrazia territoriale». Ma l’impressione è che dietro agli slogan manchi un disegno politico.
Bayrou, che nei sondaggi è terzo, distanziato solo di due punti, continua ad approfittare della debolezza della Royal: agli occhi degli elettori è sempre più lui il vero candidato progressista moderato; piace a sinistra e piace al centro, seduce la Francia moderata che diffida di Ségo, ma anche del programma radicale di Sarko. Le Pen ce l’ha fatta a qualificarsi, ma sembra aver perso smalto rispetto a cinque anni fa e ora naviga attorno al 12%.
Tra gli altri candidati alcuni sono marginali, come l’euroscettico Philippe de Villiers e Frederic Nihous del movimento “Caccia Pesca Natura Tradizioni”; mentre ancora una volta si assiste alla frammentazione della sinistra. Oltre a Ségolène sono in lizza la comunista Marie-George Buffet, la trotzkista Arlette Laguiller, il bolscevico rivoluzionario Olivier Besancenot, la verde Dominique Voynet, il militante di estrema sinistra Gerard Schivardi e il leader no-global José Bové.
Sette per un posto. Troppi. Nel 2002 Jospin perse a causa della dispersione del voto della «gauche», che ora commette lo stesso errore. E Bayrou spera.