Il sì al governo dipende dai trotzkisti europei

Roma - Una telefonata allunga la vita. A volte basterebbe mettere da parte l’orgoglio, e cercare il destino là dove non te lo aspetti. Romano Prodi potrebbe ancora farlo, e farcela. D’altronde un voto al Senato di questi tempi vale come una goccia d’acqua nel deserto. E il senatore post-trotzkista Franco Turigliatto, ex Prc e forse presto anche ex senatore, sta ancora riflettendo. Certo non vuole «governi spostati via via sempre più a destra», ed è turbato dalle telefonate che gli implorano di mettere da parte le convinzioni e dare una mano alla baracca. Ma Turigliatto ancora non è convinto. «Ascolterò con attenzione la relazione di Prodi in aula - dice -. Quale sarà il suo governo, lo stesso di prima? Ce l’hanno la maggioranza? Non trovano i numeri o non sanno fare i conti? Devo capire quali cambiamenti ci sono stati, uno mica vota a scatola chiusa...».
Questo il legittimo tormento di Turigliatto. Ma Prodi non dovrebbe farla a lui, la telefonata. Da ex presidente della Commissione europea, gli basterebbe poco per mettersi in contatto con Parigi, dove risiede l’eurodeputato da cui dipendono i destini del suo governo-fotocopia. Si chiama Alain Krivine, ebreo d’origine ucraina, nato a Parigi il 10 luglio del 1941, un anno dopo l’occupazione nazista e due giorni prima dell’alleanza tra Urss e Gran Bretagna. Leader delle radiose giornate di maggio del ’68, fondatore e portavoce della Lega comunista rivoluzionaria, uno dei massimi capi della Quarta Internazionale, che molti davano ormai per perduta, dopo l’assassinio del conterraneo Lev Trotzskj per mano di un sicario di Stalin nel 1940. L’azione di Krivine in Francia è operosa e riconosciuta, sottovalutata invece qui da noi.
Conviene allora ripercorrere le ultime ore prima del tonfo della maggioranza a Palazzo Madama. Il tormento di Turigliatto, persona ammodo e cortese, era ai massimi livelli. Non erano riusciti a convincerlo né i compagni di Prc, né gli ulivisti. Pare che avesse ottenuto anche una telefonata di Prodi. La mattina fatidica, negli ovattati uffici del Senato, lo psicodramma era in pieno svolgimento. Fin dalle 8.30 il vicecapogruppo di Prc, Tommaso Sodano, aveva optato per la marcatura «a uomo». Foglietto con i conti alla mano, gli ripeteva allo spasimo che tutto (o quasi) dipendeva da lui. Paonazzo in volto, lagrime agli occhi, Turigliatto era davvero sofferente. Quando riusciva a liberarsi di Sodano, cercava lumi al telefono dal deputato Salvatore Cannavò, leader di Sinistra critica, la corrente trotzkista che rappresenta circa il 6 per cento di Prc. «La nostra sfida è riconnettere l’etica alla politica - spiega Cannavò -. Se sei contro la guerra non puoi subordinarlo a un voto per un governo che la fa, hai soltanto una strada: mettere alla prova il quadro politico con il tuo rifiuto della guerra». Parole che Turigliatto condivide appieno, che rappresentano la sua coscienza critica.
Eppure, appena rinsaldate le convinzioni di sempre, ecco Sodano comparire e insinuare il tarlo del dubbio. «Guarda che c’è pure un appello dei pacifisti...», insisteva. «Sono tutti d’accordo, fai una dichiarazione nella quale dici che la guerra in Afghanistan ti fa schifo, ma per non far tornare le destre, ci concedi il voto...». Era riuscito persino a combinare un incontro con il ministro Chiti, tramite il quale era stato interpellato Prodi, che a sua volta aveva pregato D’Alema di inserire nella sua replica la felice frase sull’«ascolto del popolo di Vicenza». E Turigliatto, sempre più turbato, dopo aver messo alla prova il quadro politico, aver piegato sulla base Usa il ferreo ministro degli Esteri, era sul punto di cedere. È a quel punto che si ritira in un ufficio concesso in prestito. Non sa più a chi dare retta. L’etica di Cannavò o la ragion pratica di Sodano? L’etica del trotzkista, in questi casi, non ammette colpi di testa soggettivi. È la Quarta Internazionale che dovrà analizzare i dati e fornire la soluzione politica condivisa dalle masse. Alain Krivine non è soltanto la voce amica di un compagno parigino, in quei frangenti. È lo spirito più autentico dell’ucraino Lev che si rianima, medita, decreta la morte di Prodi e di tutti i filistei romani. «Crepino dentro il baratro delle loro contraddizioni!». Fieramente il compagno Turigliatto va incontro ai giorni più amari della sua vita. Ancora non ne è uscito, visti i punti programmatici su Afghanistan, Tav e pensioni, «sui quali il mio voto non ci sarà». E la fiducia? Se Prodi non si sbriga a convincere la Quarta, rischia grosso.