«Sì, ho firmato io per mandare a casa il presidente Fini»

Il cognome non è particolarmente strano. Quel Rosso Matteo poteva anche sfuggire, confondersi fra la marea dei lettori che hanno invaso la redazione del Giornale. A Milano, forse. Qui, all’ombra di un Pdl chiuso troppo a lungo per ferie, no. Matteo Rosso, capogruppo del Popolo delle Libertà in Regione, è un esponente di punta del berlusconismo sotto la Lanterna. Uno che ha consensi personali forti. E che si è esposto in prima persona. In questo caso da solo.
Allora è lei o no che ha firmato per la campagna lanciata dal Giornale «mandiamo a casa Fini»?
«Sì, sono io».
Lei è capogruppo del Pdl in Regione...
«Sì, ma i miei colleghi non c’entrano, io ho agito a titolo esclusivamente personale. Lo ritenevo doveroso».
Verso chi?
«In primo luogo verso una corretta inchiesta giornalistica condotta dai giornalisti del Giornale, accurata, documentata, ineccepibile... Mentre le risposte non sono arrivate».
È d’accordo anche lei che il presidente della Camera debba chiarire la vicenda della casa di Montecarlo?
«Certamente. Come risposte ha fatto solo minacce. Invece chi legge si aspetta chiarimenti, prove. È la gente, a chiederlo, i cittadini. Io non solo ho sottoscritto la campagna di Feltri, ma ho chiesto anche ai miei amici di farlo. Fini in qualità di presidente della Camera ha doveri istituzionali importanti, dev’essere un esempio di comportamento per tutti. Ora non lo è».
Così ha scritto...
«Un sms, con il mio cellulare personale, ho solo questo. Non ci sono equivoci. Mi ha dato fastidio l’atteggiamento di chi, colpito da un’inchiesta giornalistica risponda con querele mentre sarebbe più semplice chiarire, se può farlo. Come esponente del Pdl mi sono sentito offeso, umiliato».
Ora che il dado è tratto e che Ferragosto è ormai lle spalle chissà se il resto del Pdl riaprirà.