«Sì a incentivi, ma per i consumatori»

«Determinanti per risollevare il Paese e, di conseguenza, ridare slancio alla produzione industriale sono gli investimenti nel settore ferroviario (nella foto, Mauro Moretti, amministratore delegato di Fs). Una rete su rotaia più efficiente, grazie all’iniezione di maggiori risorse, farà sicuramente da volano a molti settori, come la tecnologia e l’acciaio. Ma anche le energie rinnovabili sono in grado di dare un impulso decisivo all’economia».
Guidalberto Guidi, presidente di Confindustria Anie, l’associazione delle imprese elettroniche ed elettromeccaniche, e Confindustria Ancma (moto, ciclo e accessori), nonché padre di Federica Guidi, numero uno dei giovani imprenditori, è convinto che la pesante situazione economica evidenziata anche dal crollo della produzione industriale ha radici lontane. «Questa crisi - afferma l’industriale - è datata 1970, quando si è cominciato a pensare di poter vivere al di sopra delle possibilità offerte dal Paese. Tutto questo si è così scaricato sul debito pubblico. All’arrivo dell’euro, poi, non si è preso atto della situazione. E adesso ne paghiamo le conseguenze. In pratica, siamo di fronte a una crisi industriale di competitività che si è saldata con quella finanziaria di origine americana».
E adesso che cosa accadrà?
«Temo che i dati sulla produzione peggioreranno: da ottobre è come se ci trovassimo sull’orlo di un burrone. Si è persa ogni visibilità per quanto riguarda i programmi futuri».
Dunque, non se la sente di azzardare previsioni.
«Non so quando si uscirà dalla crisi. Molte aziende non hanno ancora riaperto i battenti per cause di forza maggiore. So solo che entreremo in un mondo diverso, in un territorio senza mappe».
Anche il settore dell’elettronica è colpito duramente?
«A novembre sono stato registrati cali della produzione a due cifre. Per esempio, l’informatica si distingue per un meno 41,7 per cento. È un settore, quello rappresentato dall’Anie, che in Italia riguarda 1.100 società e fattura 60 miliardi di euro. Come vede, non c’è settore che si salva».
Il decreto anticrisi varato dal governo ha portato benefici?
«Il governo si è mosso bene allo scopo di ridare fiducia al Paese. La risposta alla tempesta finanziaria è stata rapida, chiara e concreta. Non dimentichiamo che solo poco tempo fa c’era già la corsa a ritirare i soldi dalle banche».
Che cosa l’ha colpita di più in questi giorni?
«Sono un attento lettore delle cronache provinciali e ho appreso che una nota azienda della ceramica di Sassuolo è entrata, cosa veramente unica, in liquidazione volontaria. Ha 800 dipendenti che, con l’indotto, salgono a più di 2mila».
Ma qualcosa, a livello industriale, riuscirà in qualche modo a emergere e a fungere da esempio?
«Negli ultimi 5 o 6 anni il comparto delle piccole e medie aziende, quelle che fatturano da 20 a 250 milioni, ha fatto passi da gigante in maniera silenziosa, e sudando lacrime e sangue. Sono state protagoniste di una trasformazione epocale, multilocalizzando le proprie attività. I vantaggi di cui ora cominciano a beneficiare riguardano il costo del lavoro e la possibilità di sfruttare al meglio la presenza nei nuovi mercati. Aziende come queste fanno ben sperare in una ripresa, anche se - ribadisco - non so quando».
Il sistema auto è quello più colpito dalla crisi. Si chiedono incentivi capaci di risvegliare il settore dal coma.
«Come presidente anche di Confindustria Ancma credo che la necessità di agevolazioni debba essere estesa anche alle moto. E lo stesso discorso vale per il comparto degli elettrodomestici. Bisogna puntare sul rinnovamento tecnologico e sulla ricerca di una sempre maggiore efficienza con ricadute positive a livello dei consumi e del rispetto dell’ambiente. Un refrigeratore in vendita oggi consuma, per esempio, un decimo di quello che dieci anni fa occorreva per farlo funzionare».
E a chi devono essere concessi questi incentivi?
«Non alle imprese, ma ai consumatori».
L’Ue che ruolo dovrebbe avere in proposito?
«Bruxelles dovrebbe coordinare questa politica di agevolazioni. Ogni Stato, poi, dovrà decidere che cosa fare, ma sempre in una chiave di rinnovamento tecnologico e ambientale».