S’inceppa il giovane genio di Jordan

Philippe, stella della bacchetta e figlio del grande Armin, non convince con una direzione poco autorevole

da Roma

Se sentivi una volta il cognome Jordan, pensavi immediatamente al direttore Armin, morto qualche mese fa, che negli ultimi anni ha guidato l'Orchestra della Suisse Romande. Da qualche anno invece pronunciando quel cognome, devi specificare se Armin o Philippe, perché nella famiglia del direttore svizzero c'è un altro musicista, una seconda bacchetta, Philippe appunto, oggi trentaduenne, ma già sulla breccia da una decina d'anni. Per i ritmi della vita musicale di oggi Philippe sarebbe già un direttore navigato; anagraficamente non può meritarsi più l'appellativo di giovane, perché quello oggi compete ai Dudamel, ai Ticciati.
Perciò tranquilli, Lissner non lo inviterà alla Scala; lui preferisce stupire con direttori ventenni; o forse il suo amico Barenboim glielo imporrà, visto che lo ha chiamato come «direttore ospite principale» alla Staatsoper di Berlino. Insomma sembra che Philippe stia superando in notorietà il già noto padre, se ha già diretto in una dozzina di teatri che contano nel mondo; alcune fra le orchestre sinfoniche più prestigiose, fra cui i Filarmonici di Vienna e Berlino, e la sua agenda professionale è per i prossimi anni fitta fitta. I critici ne scrivono bene; e suoi padrini e garanti sono Barenboim, che per alcuni anni l'ha avuto come assistente, e Pappano che lo ha già invitato a Londra, oltre che a Roma, e del quale pensa un gran bene.
Quando arriva un direttore preceduto da tale fama e con simili credenziali, è evidente che le aspettative aumentino. Philippe Jordan, invece, a Roma non ha convinto. Il suo gesto è troppo studiato, lento, inutilmente prezioso, non autorevole. Nel Concerto per violino beethoveniano - solista il greco Leonidas Kavakos, bella tempra di musicista, lui sì autorevole, che ha dovuto rispondere alle numerose chiamate con un bis bachiano, apprezzatissimo - ha allargato i tempi oltre misura e, con scarso senso della forma, s'è affidato a leziose atmosfere. Poi, quando t'aspetti che un direttore giovane a contatto con la fascinosa Sinfonia n. 1 «della primavera» di Schumann ci dia dentro, eccitandosi con la sinfonia stessa, scopri che proprio quel giovane direttore è più compassato, distaccato d'un routinier avanti con gli anni. Allora ti vien da chiedere come ha fatto a fare tutta quella carriera. Si replica oggi e domani.