S. Martino, l’odissea «rovente» di pazienti, medici e infermieri

Mentre in città suonano i primi campanelli d'allarme, a volte un po’ forzati, per l'«emergenza caldo», all'ospedale San Martino c'è chi sta vivendo un autentico, fortissimo disagio, con più di 40 persone tra pazienti e personale che aspettano di poter semplicemente respirare aria fresca. Si tratta di chi occupa a vario titolo l'ultimo piano del padiglione 32 A del San Martino, ovvero la clinica psichiatrica femminile, situata proprio a ridosso dell'edificio centrale di Largo Benzi e «protetta» dalla statua di un, in questo caso impotente, Padre Pio davanti all'ingresso.
Da più di un anno, infatti, pazienti, medici, infermieri e operatori di questo reparto devono convivere con l'assenza di un sistema di condizionamento dell'aria che, sommato al fatto che per ragioni di sicurezza e incolumità delle pazienti non si possano aprire le finestre, rende l'ambiente una vera e propria serra. A sfavorire ulteriormente questo reparto vi è il fattore dell'esposizione a levante, che quindi significa avere il sole frontalmente nelle ore più calde, e il fatto di essere all'ultimo piano, che implica anch'esso una differenza di qualche grado rispetto al piano terra.
Se, quindi, durante l'inverno e la primavera la situazione poteva essere sostenibile, con l'innalzamento delle temperature estive vivere in questa struttura è diventato quasi impossibile. «È una condizione insostenibile per noi che ci lavoriamo, ma soprattutto per le pazienti che qui sono ricoverate e che si lamentano in continuazione per malesseri dovuti al caldo - è il coro di pareri unanimi fuoriuscito dallo staff della clinica -. Ogni volta che arriva qualche esterno, come ad esempio i ragazzi del servizio di ristorazione, rimane incredulo e sbalordito dalle condizioni in cui viviamo».
La situazione della clinica psichiatrica femminile è stata segnalata più volte dai lavoratori alla Direzione sanitaria dell'ospedale e al Tribunale del malato, ma per ora le risposte sono state tutte negative o quasi.
Esclusa infatti la riparazione del sistema di condizionamento dell'aria per mancanza di fondi (si sono preventivati 35mila euro circa per riparare un solo motore), la soluzione pensata è stata l'installazione di pale al soffitto, un rimedio abbastanza vecchio e obsoleto (le pale non fanno altro che spostare aria calda) ma, come si dice qui a Genova, in assenza di altro, «megiu che ninte».
Puntuale, però, dietro a questa soluzione di ripiego si è subito celata la beffa. In primo luogo non si è rispettata la richiesta di fornire almeno undici pale (tante quante le stanze presenti per le pazienti nel reparto, senza quindi contare i cinque stanzini degli operatori ed il soggiorno), ma ne sono arrivate solo cinque e, ancora più assurdo, da una settimana nessuno ha ancora provveduto ad installarle. Vuoi per i costi, vuoi per la mancanza di tempo, vuoi per la noncuranza, qualsiasi sia il motivo, si tratta di scuse intollerabili che non possono trovare alcuna giustificazione plausibile.
L'assurda realtà, infatti, è che, in pieno luglio, più di quaranta persone devono vivere e lavorare come dentro ad una sauna, per giunta con l'enorme beffa di trovarsi all'interno di uno dei migliori ospedali d'Europa.
Una magra «consolazione», però, forse c’è, per tutte queste persone: in caso di malori dovuti al caldo, il tragitto per il Pronto soccorso è veramente brevissimo.