Sì, è un miracolo che può avere senso anche per un ateo

Oggi in pochi, anche tra chi va a Messa la domenica, sanno cos’è un Sacramento. Il più delle volte, nemmeno chi si sposa in chiesa lo sa bene. Così i matrimoni in chiesa si trasformano in grandi parate, cui il prete deve sottostare obtorto collo, tutte fiori, fotografi, mises eleganti e un sacco di gente che continua a chiacchierare dall’inizio alla fine della funzione.

I Sacramenti però non vengono dal nulla. In tutte le epoche, compresa la presente, l’uomo ha saputo che esistono momenti della vita (nascere, diventare uomini, unirsi a una donna, fare figli, morire) e della giornata (svegliarsi al mattino, sedersi a tavola, coricarsi la sera) nei quali il Destino si rende più percepibile. Sono le cose che non dipendono da noi se non in parte. Esistono pezzi di tempo in cui ciò si fa più chiaro, e allora viene più spontaneo pregare, o compiere un gesto speciale. Il battesimo, la benedizione dei defunti, un breve ringraziamento mentre si prende il cibo, sono tutti gesti preesistenti al cristianesimo: l’uomo li ha fatti sempre.

Nel suo Diario del dolore, Roland Barthes racconta della prima visita alla tomba della madre. Lui, non credente, davanti a quella lapide si sente stupido perché sa che dovrebbe fare qualcosa, che invece non sa fare: pregare. Per questo capisco che un ateo come Bocca, al termine di un percorso di avvicinamento alla fede, abbia voluto dare senso fino in fondo all’unione con la propria donna.


Il matrimonio è sempre stato un contratto: un uomo decide di prendere in sposa una donna, va dal padre di lei e insieme stabiliscono le condizioni. Anche il matrimonio cristiano è un contratto. Ci sono delle condizioni: essere fedeli in ogni circostanza, amarsi e onorarsi (le due cose a volte non vanno insieme), con la clausola finale «finché morte non vi separi», che indica il termine umano del contratto. Il problema è: che c’entra Dio, ossia il Destino, con un contratto umano? Non si tratta di una benedizione «da fuori», del tipo «andate e fate i bravi», ma di qualcosa che definisce la natura del contratto.

lPuò un uomo, con tutta la sua forza morale, tener fede a un impegno così grande? L’esito buono dell’impresa può dipendere soltanto da noi? La ragione umana lo sa benissimo: no. È come prendere il mare per un lungo viaggio su una barca piccola. Nessuna garanzia di ritorno. Ecco perché gli uomini si sono sempre affidati agli dèi, o a qualcosa di molto confuso in loro vece, come il Partito, l’autorità civile, il capoclan etc: perché in certi momenti non possiamo stare soli, dobbiamo appartenere a qualcosa.


Il cristianesimo aggiunge che il Dio cui ci affidiamo è diventato uomo, ci ha resi suoi collaboratori. Non intende fare da garante per il buon esito dell’unione, ma rendere l’unione utile al Suo progetto. Sposarsi in chiesa vuol dire questo. Ma non è una bizzarria: è il compiersi di un sentimento potente, che ha sempre accompagnato l’uomo nei suoi passi decisivi. Solo Dio è capace di un simile compimento. È come voltarsi d’un tratto, dopo una lunga notte, e vedere i primi segni dell’aurora, e scoprire così che la vita non è solo un cammino nella notte, perché il giorno tanto agognato viene davvero.