Il «sì» alla moschea a Ground Zero, una solenne obamata

Caro Granzotto, il sinceramente democratico Barack Obama ha dato grande fiducia all’Islam «buono» concedendo la costruzione di una moschea vicino a Ground Zero. Non solo: ha offerto un iftar (la cena che rompe il digiuno del ramadan) ospitando alla Casa Bianca membri della comunità islamica americana. Resto perplesso sulle motivazioni. Il «Presidente del Mondo», nel suo discorso, ha spiegato che l’11 settembre fu «un evento profondamente traumatico», che «il dolore e la sofferenza per chi ha perduto i suoi cari sono inimmaginabili», però poi, con grande ipocrisia, aggiunge che «il nostro impegno per la libertà religiosa deve essere incrollabile». Obama non può sottovalutare il rischio che una scelta del genere comporta: non solo per la contrarietà evidente dell’opinione pubblica, ma anche perché concede, proprio sul piano operativo, una «profanazione» dei seguaci di Allah in un «territorio sacro» com’è l’area di Manhattan ove sorgevano le Twin Towers. E volete che l’Islam («che tanto ha arricchito gli Usa e la loro cultura», dice Barack... mah!) non approfitti di questa sciagurata disponibilità logistica? Cosa c’è dietro, caro Granzotto? È ovvio che è una decisione politica e non religiosa, ma non arrivo a capirne lo scopo. Di certo, Oriana Fallaci si rigira nella tomba.
Castiglione della Pescaia (Grosseto)

A indurre Obama a fare quella strampalata dichiarazione è stata l’insistenza con cui l’intellighenzia americana stanziata tra New York, Boston e Washington gli chiedeva, morettianamente: «Dì qualcosa di obamico!». Intendendo per obamico il linguaggio ispirato, messianico, politicamente ipercorretto e canonicamente liberal dell’Obama candidato alle presidenziali e dei suoi primi (e pochi) discorsi «storici». Come quello pronunciato al Cairo nel giugno del 2009: «Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo», «L’Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l’eguaglianza tra le razze», «L’11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali» e, questa è davvero forte: «Ho dato l’ordine che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi dell’anno venturo». Bene, dopo quel discorso che mandò in visibilio i democratici, la politica (e le parole) di Obama presero ad assomigliare alla politica e alle parole di George W. Bush. Il motivo è evidente e non attiene alla politica: che si chiami o non si chiami Obama, un presidente americano quello è chiamato a fare: gli interessi dell’America e degli americani. E se gli interessi impongono di imbottire di piombo i talebani e/o i terroristi di Al Quaida, giù piombo. Se gli interessi americani impongono di tenere disponibile ed efficiente Guantánamo, il supercarcere resta al suo posto. Lo stesso dicasi per le extraordinary renditions (cattura e deportazione, senza andare troppo per il sottile, di elementi ostili).
Tutte cose che hanno fatto venire il mal di pancia ai «sinceri democratici» e vertiginosamente precipitare l’indice di popolarità di Obama. Il quale, con un occhio alle prossime elezioni di medio termine, ha creduto bene di tornare, almeno per una volta, a obameggiare. Ma lo sconforto è cattivo consigliere e stavolta l’ha fatta davvero fuori dal vaso andando a toccare un nervo sensibilissimo della nazione: Ground Zero. Cosa che ha sgomentato l’intera America, compresa quella ancora obamiana (e le similitudini critiche si sprecano: erigere una moschea dove c’erano le Due Torri sarebbe come aprire un Centro culturale tedesco a Auschwitz, erigere un monumento a Alì Agca in piazza San Pietro, apporre una lapide in memoria dei piloti dell’«Enola Gay» a Hiroshima, intitolare a Pol Pot una scuola di Phnom Penh...).