Sì al piano Bush: salvagente da 850 miliardi Ma i tassi volano, la rata dei mutui alle stelle

La Camera approva il maxi-piano, già firmato da Bush. Ora la palla passa al Tesoro: entro 45 giorni vanno definite le misure attuative. Oggi il G4 a Parigi. Cresce ancora <strong><a href="/a.pic1?ID=295450" target="_blank">l'Euribor a tre mesi</a></strong> (riferimento per i mutui variabili)ora è al 5,34% nonostante i tagli annunciati

Milano - Alla fine, gli ammutinati non ce l’hanno fatta. Troppo pochi, appena 171, per silurare il maxi-puntello posto per sorreggere le scricchiolanti fondamenta economiche dell’America. Alla Camera, ieri, sono bastati appena una ventina di minuti e 263 voti a favore per approvare, dopo la bocciatura di lunedì scorso, il provvedimento da 700 miliardi di dollari (850 se si considerano anche gli sgravi fiscali). Quasi in tempo reale, è poi arrivata la firma di George W. Bush. «Abbiamo mostrato al mondo - ha commentato il presidente - che gli Usa stabilizzeranno i mercati e manterranno il ruolo di leader nell’economia globale».

Il tempo corre, e il Paese ha fretta di verificare sul campo gli effetti del provvedimento, di testarne la capacità di mettere al riparo il sistema finanziario, di far ripartire il motore dell’occupazione. I 160mila posti di lavoro persi in settembre hanno portato a quota 764mila l’emorragia dall’inizio dell’anno: un bollettino da recessione. Poco importa, ora, se il sintetico impianto originale messo in piedi dal segretario al Tesoro, Henry Paulson, si è trasformato, sotto l’effetto delle complicate mediazioni parlamentari di questi giorni, in un corpo ipertrofico di 400 pagine, certamente meno digeribile per casse federali già stressate da un disavanzo monstre, destinato a superare a fine 2009 i 540 miliardi. Un corpo che bilancia l’esigenza di preservare il sistema bancario dalla catastrofe con l’urgenza di proteggere contribuenti stremati, ma in cui si sono anche incuneate misure di chiaro stampo elettoralistico, come aiuti alle miniere, alle riserve indiane e perfino ai proprietari di piste per auto e moto.
Non è stato però il sicuro appesantimento del deficit ad aver condizionato ieri l’andamento degli indici di Wall Street. Nettamente positivi prima del sì al piano, quando i rialzi viaggiavano tra il 2,5 e il 3%, ma poi calati in chiusura (-1,50% il Dow Jones, -1,48% il Nasdaq). Una reazione che potrebbe essere spiegata con il motto «compra sulla voce e vendi sulla notizia». Il comportamento degli investitori si potrà meglio valutare da lunedì prossimo. Naturalmente anche quello dei mercati europei, protagonisti alla fine della settimana di rialzi superiori al 2% (più 2,59% Milano).

Superato l’ultimo scoglio parlamentare, ora toccherà al Tesoro gestire il provvedimento. Entro 45 giorni, i tecnici di Paulson dovranno emanare i regolamenti che costituiranno il cardine del piano, a cominciare dai dettagli legati all’acquisto delle attività cosiddette tossiche che saranno effettuati con i primi 250 miliardi messi subito a disposizione. Altri 100 miliardi saranno stanziati dopo il via libera della Casa Bianca e gli ultimi 350 dopo un successivo riesame del Congresso. Le obbligazioni che hanno in pancia i mutui subprime finiranno sicuramente nel portafoglio pubblico, anche per venire incontro alle famiglie soffocate da rate sui prestiti sempre più onerose. La tutela del contribuente trova tra l’altro applicazione nell’innalzamento della soglia di assicurazione sui depositi bancari, che passa da 100mila a 250 mila dollari, anche per evitare la corsa al prelievo che ha messo in ginocchio banche come Washington Mutual.
Più complicata si annuncia la vendita degli asset illiquidi. Le piccole banche, meno esposte, punteranno i piedi per cessioni a valori vicini a quelli iscritti nei libri contabili; quelle grandi, costrette a una rapida operazione di ripulitura dei bilanci, accetteranno invece anche prezzi di saldo. Non è inoltre escluso che il settore finanziario bussi alla porta per sbarazzarsi di ogni strumento finanziario: dai bond muncipali ai prestiti per le case, fino ai prestiti destinati agli studenti universitari. E non è da scartare l’ipotesi di un’azione di lobbying delle società straniere presenti negli Usa, allo scopo di beneficiare del piano di salvataggio.