Sì alla piazza per una riforma più radicale

I giovani dovrebbero arrabbiarsi perché il provvedimento è timido. Invece sono "usati" dagli imbonitori di sinistra. Siamo un Paese bloccato: ogni cambiamento è boicottato dalle opposizioni politiche

Li ho odiati, l’altra mattina, i ragazzi che manifestavano per le vie del centro di Roma e impedivano di arrivare tra il Colosseo e Piazza Venezia. Li ho odiati perché dalla stazione Termini i taxi e i mezzi pubblici erano dirottati, e a me come a tanti è toccato andare a piedi in centro. Avevo una valigia pesante, carica di libri, e li ho maledetti per un chilometro e mezzo. Ho attraversato le strade e mi sembrava d’essere in Corea. Annunci di guerriglia urbana, polizia e carabinieri schierati intorno a Palazzo Grazioli, come in un bunker sotto assedio, una rete di camionette per impedire l’accesso. Li ho odiati, i ragazzi, anche se mi piaceva l’idea di andare sui tetti, lo confesso. Grottesca, invece, mi è parsa la finta gioventù, i Bersani, i Di Pietro, i Granata, i Venditti, i professori tromboni, che andavano sui tetti per farsi fotografare. Vecchie mignotte... Ho così spostato la mia antipatia dai ragazzi che facevano semplicemente quel che noi facevamo alla stessa età, a prescindere dalle motivazioni, vere o false, ai sobillatori di regime. Mi riferisco ai tromboni in cattedra, ai politici che vogliono lucrare sulla protesta, alle tv di Stato come il Tg3 che raccontavano la rivolta per contagiare e moltiplicare l’effetto, facendo mitologia dal vivo. Si, sono loro i detestabili, gli sfruttatori dell’esuberanza giovanile, i coltivatori di odio sociale.

Poi mi sono detto: ma se fossi stato ragazzo, cosa avresti fatto, saresti rimasto in classe, a casa, davanti al video? No, mi sono risposto, sarei andato in piazza, ma avrei percorso i viali della rivolta in senso opposto. Ovvero non avrei attaccato la riforma Gelmini perché snatura e corrompe la bella e santissima università italiana, la magnifica e santissima scuola italiana, ma perché non le cambia abbastanza. La sua è una riforma troppo timida, riforma poco e con troppo garbo, più qualche odioso taglio. Con i livelli a cui è ridotta l’università e la scuola nel nostro Paese, ci vorrebbe una riforma più radicale. Le Gelmini, poverina, è stata delicata, prudente, ha capito che per far passare una cosa bisogna usare dosi farmaceutiche. Ma l’hanno contestata lo stesso, con la stessa violenza, come se avesse preso una creatura sana e le avesse iniettato bacilli mortali. Allora, tanto valeva, una bella rivoluzione meritocratica e qualitativa, uno strappo netto, un atto coraggioso. Questo avrei detto da ragazzo, e sono convinto che quel ragazzo ha ragione. Poi però mi ritrovo ad essere un padre, uno che ha superato i cinquanta, un deluso, schifato, scafato che ha vissuto e studiato l’Italia e ormai la conosce come se stesso. E là ho capito una cosa ben più tragica di quella verità rivoluzionaria che sprizzavano i vent’anni: questo Paese non sopporta riforme e credo di aver capito perché.

Nella giustizia, nella scuola, nell’università, nell’assetto istituzionale, ogni tentativo di cambiare le cose è impossibile. E sapete perché? Perché non siamo maturi per una vera democrazia. Mi spiego con l’esperienza. Lasciamo stare l’Italia antica, medievale e moderna, fermiamoci all’Italia contemporanea. In Italia le uniche grandi riforme sono state fatte con due tipi di governi: il regime autoritario di massa, detto fascismo, e il governo democristiano o di centro-sinistra, senza possibilità d’alternanza. Il primo poteva fare tutte le riforme che voleva perché aveva messo l’opposizione a tacere, e questo noi non possiamo sopportarlo. Il secondo, poteva fare le sue riforme perché l’opposizione non aveva alcuna fretta di far cadere il governo, sapendo che poi ne sarebbe venuto un altro, poi un altro, e via dicendo, sempre con la stessa formula e gli stessi alleati. Non c’era alternanza, la sinistra aveva il fattore K, detto comunismo, la destra era piccina e aveva il fattore F, il suddetto fascismo. Dunque, cosa rovesci, se esce un Rumor e ti entra un Moro, se abbatti un Fanfani e ti becchi un Andreotti?

Allora ho capito una cosa: non siamo capaci di sopportare l’alternanza bipolare. Anziché portare a compimento la democrazia, viviamo il bipolarismo come una lotta tra il Bene e il Male. Non Montesquieu ma Zoroastro è il profeta della nostra democrazia: il Bene contro il Male. Io pensavo che con la democrazia dell’alternanza avremmo avuto finalmente un Paese maturo, con governi di legislatura e dunque con la possibilità di fare riforme. Mi sbagliavo. A questo Paese vanno bene i governi senza possibilità di alternanza. Magari storti, malcavati, fragili, precari, infermi... ma senza possibilità di rovesci. Per questo io vedo dopo Berlusconi la fine della democrazia bipolare. Do ragione a Casini, purtroppo. Vedo nascere dopo l’Udc, anche l’Adc; varianti vocali che invocano la Dc, l’una in versione sudista maschile (u’Dc), l’altro in versione romanesca femminile (a’Dc). Tra poco avremo l’E-Dc variante on line della Dc, l’I-Dc, portatile come l’I-Phone e l’I-Pad; e l’O-Dc, in segno di meraviglia per la riapparizione.

Non siamo in grado di sopportare le riforme, siamo più bravi a sabotarle. Se non ci andassimo di mezzo noi italiani, mi piacerebbe ridare le chiavi nelle mani dei controriformisti e dire: bene, tenetevi la scuola, l’università, la giustizia così come sono e vedete voi se un Paese può andare avanti così. Cosa aspettarsi da un Paese in cui media, intellettuali e poteri salutano come statista uno che ha solo il merito di sfasciare il governo in carica? Sì, dico di lui, il presidente della camera ardente, noto come Gianbecchino, affiancato non a caso da La Morte e Dalla Vedova, nell’impresa politica di Pompe Funebri. Lui, il leader storico di Lutto Continuo, ha un solo programma con il quale riscuote grande successo di critica: Morte al governo. Complimenti, anzi condoglianze.