«Sì, puntano a far fuori Silvio È Draghi il loro candidato»

RomaPresidente emerito Francesco Cossiga, un «progetto eversivo» vuole sostituire Berlusconi con un «non eletto dal popolo». Sospetti?
«Certezze».
Un Dini del 2009.
«Un governatore della banca d’Italia».
Mario Draghi?
«Chi altri? Il cavallo su cui ha sempre puntato Pierfurby Casini, nel caso di parità elettorale... Ma Silvio ancora una volta ha ribaltato pronostici e avversari».
Già, il Pdl ha retto. Anzi, con le amministrative la vittoria è stata più che netta.
«Aspettiamo i ballottaggi per avere il quadro completo».
Ma altri nomi di «non eletti» spendibili per un progetto del genere ci sono, secondo lei?
«Non ne vedo altri, e mi pare che i rapporti tra il ministro del Tesoro e il Governatore siano tornati sufficientemente tempestosi... Nel passato in lizza c’è stato Mario Monti, ma non mi sembrano i tempi».
Affidare l’Italia a «non eletto», dopo aver distrutto psicologicamente e mediaticamente l’«eletto». Il trauma già vissuto da Berlusconi nel ’94.
«Sì, fu un grosso trauma quando Bossi abbandonò la coalizione e, soprattutto, Scalfaro si rimangiò la promessa delle elezioni...».
Talmente scottato che gli è rimasta la sindrome?
«Possibile».
Esagerato parlare di complotto?
«Ma no... Gridare al lupo al lupo ogni tanto è una tattica di salvaguardia legittima. La difesa non è mai troppa».
Ma chi sono i mandanti dell’attacco? Anche lei pensa a Murdoch?
«Penso che Murdoch c’entri, eccome...».
Soltanto per vendicarsi dell’Iva al 20 per cento, come chiedeva l’Europa? Il movente sembra un po’ debole.
«Murdoch è ancora incavolato come una belva, ma non per l’Iva, che deve aver digerito... Anche se fu virulenta, la campagna lanciata contro il governo».
Sembrava essere diventato il vate della sinistra, il difensore dei deboli...
«Certo! Ma oggi lui ha il dente avvelenato per la questione del digitale terrestre, che moltiplica il numero di canali, e soprattutto perché Rai e Mediaset si vogliono sfilare dalla piattaforma Sky e metterne su una propria, gratuita... Questioni serie, una montagna di denaro».
Quindi non è sbagliato il parallelo con i poteri forti del ’94...
«No, anche se ora non ci sono più in gioco gli Agnelli... E poi De Benedetti c’è sempre».
Un nemico che sembrava però essere diventato più amico...
«Anche lui è molto arrabbiato con il governo, e per di più con il figlio che ha separato le attività finanziarie da quelle editoriali, e con Repubblica ed Espresso che non vanno proprio a gonfie vele...».
E il governo che c’entra?
«Hanno fatto le fusioni bancarie, e lui è rimasto fuori. Hanno sistemato, se così si può dire, la questione Telecom, e lui fuori. Hanno fatto la Cai-Alitalia, e lui...».
Fuori.
«Poi gli è andata male pure l’operazione con la società immobiliare...».
Insomma, sono passati davanti tanti piattini prelibati...
«E lui dice: “ma a me non spetta niente”?».
E per questo ispirerebbe la ruvidezza di «Repubblica», che risulta così indigesta al premier?
«In quel caso c’entra anche un altro fattore: non la cattiveria, direi, ma la durezza di cervice di Eziuccio Mauro. E di D’Avanzo, con le sue ricostruzioni di gossip così lunghe ma anche tanto povere di fatti».
A Berlusconi non può essere imputato nulla?
«Gli avevo consigliato di non parlare di queste vicende... Lui invece è andato a Porta a Porta».
Non si può dire che la controffensiva mediatica non abbia avuto un certo successo. Tornando ai poteri forti, può darsi che il Vaticano non abbia gradito tutto questo clamore attorno a fatti così privati e delicati?
«Ai vertici non prevale un atteggiamento moralistico, anche se riconoscono che tali vicende abbiano creato danno nella fascia degli elettori cattolici, specie delle regioni meridionali. La crescita dell’astensionismo l’ha dimostrato...».
Pensa che tra i beneficiari del «progetto eversivo» ci potesse essere anche il presidente della Camera?
«Assolutamente no. Lui cerca di farsi una sua piattaforma personale... Ha visto che scatto d’orgoglio dei vecchi tempi, con l’affare Gheddafi?».
Forse sarebbe stato meglio evitare del tutto.
«Nella prassi parlamentare i presidenti parlano e straparlano, ma devono evitare di entrare nella sfera diplomatica. Meglio non ricevere personalità di rango così più elevato dal proprio... Anch’io ricevetti in Parlamento il principe di Galles, ma in quanto primo dei lords, che equivale a essere, per così dire, il primo dei senatori del Regno Unito».
Prima, con Gheddafi, c’era stato l’incidente del discorso in Senato...
«Un altro piccolo pasticcio, salvato in corner».
Ma in sala Zuccari Gheddafi l’ha vista e abbracciata con affetto.
«In italiano m’ha detto: “Mio caro amico Cossiga...”. Quando c’era ancora l’embargo, sono stato il primo a essere ricevuto nella tenda del deserto, e lì ho capito che comprende l’italiano...».
E da cosa l’ha capito?
«Ho raccontato una barzelletta, e ha riso ancora prima che il traduttore gliela traducesse...».
Però... ha visto che amazzoni si porta dietro il Rais?
«Lasci stare, più belle le veline».