Un «sì» per restare fedeli all’Occidente

La missione civile e militare in Afghanistan è di straordinaria importanza sia per gli obiettivi generali che persegue, sia per il ruolo dell'Italia nel sistema internazionale. Oggi, più di cinque anni fa, a Kabul si combatte la guerra al terrorismo: se su quelle montagne dovessero avere successo i talebani alleati con i signori della guerra e dell'oppio, l'integralismo islamista con il carico di terrore dilagherebbe nel mondo musulmano e minaccerebbe l'Occidente con un'intensità ancora maggiore dell'attuale. La frontiera afghana è strategica non solo per l'Islam ma anche per l'Europa.
Per l'Italia, poi, non è affatto indifferente la scelta del mantenimento degli impegni lealmente assunti nel quadro della Nato con la benedizione dell'Onu. È il futuro del Paese nel sistema internazionale che è in gioco. Dalla fine della Guerra fredda si discute del ruolo dell'alleanza che ha costituito l'unica struttura politica, diplomatica e militare integrata dell'Occidente. Dapprima nei Balcani e poi in Afghanistan, la Nato ha dimostrato di potere essere quella forza operativa di pronto intervento nelle aree di crisi anche al di là dello spazio atlantico di cui tanti avvertono la necessità.
Per questo l'Italia deve decidere se è suo interesse restare nella Nato contribuendo alla sua trasformazione in questa stagione del terrorismo, oppure se è preferibile sganciarsene per gingillarsi tra pacifismo, disimpegno internazionale e ripiegamento populistico e provinciale. Di già siamo sotto osservazione, come ha notato il Financial Times, per la disinvolta interpretazione delle regole d'ingaggio in Afghanistan, oltre che per le violazioni del diritto internazionale in materia di procedure giudiziarie e di intelligence, e per il supposto pagamento di riscatti.
Certo è che il modo in cui ci comporteremo in Afghanistan costituirà il banco di prova della nostra credibilità internazionale. Il banco di prova dell'Italia come nazione onorata e come Stato degno di questo nome, e non già del governo Prodi o del ministro degli Esteri D'Alema, rappresentanti dell'Italia solo pro tempore. Dopo il ritiro dall'Irak, proprio a Kabul, in una missione che ha i crismi internazionali, si decidono i rapporti con i partner nella Nato oltre all'influenza che possiamo esercitare nelle istituzioni internazionali, l'Unione Europea e le Nazioni Unite del cui consiglio di sicurezza siamo oggi parte.
È questo, e solo questo il metro di giudizio su cui valutare il voto sulle missioni anche da parte dell'opposizione. Non occorre ripetere ancora che è proprio sui momenti cruciali della politica estera che si dovrebbe dispiegare quel comportamento bipartisan che connota le liberaldemocrazie bipolari. Anche quando all'interno della maggioranza di governo si manifestano comportamenti ambigui e irresponsabili come oggi avviene nei settori massimalisti e pacifisti della sinistra prodiana.
Perciò è più che mai opportuno che il centrodestra voti per l'Afghanistan, dando prova di essere forza responsabile di governo. Chi volesse negare il voto, così pensando di far cadere il governo, commetterebbe dei gravi errori. Perché si illuderebbe sulla possibilità di abbattere il governo, stante l'attuale equilibrio istituzionale, attraverso l'ovvia enunciazione che la maggioranza è traballante. Perché non avrebbe alcun realistico fondamento la possibilità di un voto negativo unitario di tutte le opposizioni. E perché si darebbe corpo a una nera farneticazione antropologica sull'insopportabilità dello «Stato comunista», un grido simmetrico a quello del rifondarolo Giordano secondo cui ci dovremmo ritirare non appena si verificasse il tragico evento di un caduto italiano.
La politica internazionale è cosa troppo seria per essere lasciata ai giochetti di bottega interna o alle farneticazioni dei patetici assetati di sangue comunista. L'Italia non può perdere quel prestigio che ci è venuto dalla collaborazione con i partner occidentali, sviluppatasi grazie alle responsabili decisioni prese dalla forza berlusconiana, sia quando era all'opposizione che quando governava.
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