Sì, è un ricordo fascinoso della storia musicale

Dicono: Mina canta l’opera; ma chi si crede, un soprano? Visi accigliati. Avrebbero perfettamente ragione, Mimì è tutt’altra cosa, nella Bohème, figuratevi se non lo è nella Tosca Cavaradossi, che è tenore, e di cui nel disco di Mina c’è persino E lucean le stelle.
Sono linguaggi e mestieri diversi. La tentazione per le belle voci lontane dal melodramma è comprensibile ma un po’ autolesionista. Barbra Streisand ci ha provato con Haendel nell’aria Lascia ch’io pianga, Michael Bolton in un bel pacchetto di brani; ed erano volonterosi, ma è evidente che ci vuol altro in consistenza, tecnica, convinzione, professionismo. Avrebbero ragione i volti scuri; ma se Mina cantasse l’opera.
Mina invece non canta come un personaggio in palcoscenico. La musica s’impantana nell’ascolto a pagelle e prospera invece nelle trasformazioni, nel tentare di buttare un ricordo d’un’invenzione esistente nel crogiuolo della fantasia. Come quando i compositori più grandi del Medio Evo potevano prendere il tema d’una canzonaccia come L’homme armé e costruirci su una Messa rigorosa e devota. Ma forse anche quando nel film Padre padrone, auspice Egisto Macchi, un personaggio può riempire le valli suonando sulla fisarmonica a modo suo il valzer del Pipistrello. Forse anche quando Noa raccoglie l’Ave Maria di Gounod, pudica e sbrigativa, nei limiti di colore e respiro della sua voce ammaliante. Mina canta per il piacere di giocare con le melodie dell’opera; Gianni Ferrio che le riorchestra si stacca da Puccini armonizzandole come se le volesse inscatolare per portarle altrove.
C’è un’altra cosa. L’opera, soprattutto italiana, possiede una forza toccante, una comunicativa sotterranea, che si trasmette per generazioni. La narrativa ne ha fatto oggetto di pagine bellissime, come nella notte al chiaro di luna di Piccolo mondo antico. Brani o brandelli della grande opera popolare entrano nella nostra arte, e nella nostra memoria, vengono modificati infinite volte. Diventano nostro patrimonio, come ce li siamo immaginati.
Io porto con me Ai nostri monti, come lo mormorava per addormentarmi, bambino, la mia mamma, che era così stonata che mio padre diceva che cantasse tutte le melodie sull’aria della Canzone del Piave. E non l’ho mai confusa con la vera Azucena.
Mina si misura con queste memorie, che sono personali ed anche collettive; le canta con voce ed espressione fascinose, come se le rileggesse piano, per gustarle, per offrirle, ghiotto ricordo catturato chissà dove e chissà come. Il tempo, il colore, il senso delle parole diventa quello conferito da un’artista di classe che ripensa e immagina, senza vincoli, con libertà. Giudicate voi l’operazione; ma perché?
Non è un disco impeccabile: soprattutto asseconda la tentazione di indugiare sui tempi, e ne esce una sequela di adagi, il che, tutto sommando, sparge un profumo un po’ melenso. Ahi, perché sulle sponde di un Puccini rivisitato, sul più bello voler inconsciamente solleticare in noi fedeli ascoltatori la nostalgia di Largo al factotum della città, o anche di Tintarella di luna?