Sì alla riforma dell’Università Mai più baroni e docenti a vita

RomaUn’università senza baroni in cattedra, che premia gli studenti più brillanti e i docenti più impegnati. Atenei dove non conta di chi sei parente ma quello che vali e che sai dimostrare. Utopia? Un primo passo verso una nuova università che ancora non esiste è stato compiuto ieri con il voto del Senato che ha dato il via libera alla riforma firmata dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Il testo passa alla Camera con l’auspicio del governo che venga approvato entro ottobre. Un via libera che la Gelmini definisce «un evento epocale che rivoluziona i nostri atenei e che permette all’Italia di tornare a sperare». Per il ministro questo provvedimento punta ad un’università più «meritocratica, trasparente, competitiva e internazionale» e segna la fine «delle vecchie logiche corporative: sarà premiato soltanto chi se lo merita». Un progetto nel quale non crede in modo convinto soltanto la maggioranza, Pdl e Lega, ma anche l’Alleanza per l’Italia di Francesco Rutelli. «È importante che una parte dell’opposizione, come Rutelli e l’Api, abbia votato a favore - osserva la Gelmini-. È la dimostrazione che sui grandi temi del riformismo, maggioranza e opposizione possono lavorare insieme per modernizzare il Paese». Resta il problema delle risorse evidenziato dall’opposizione e dal Pd che parla di una riforma vuota perché a costo zero. La Gelmini si è impegnata a recuperare parte delle risorse tagliate (circa un miliardo e 300 milioni), assicurando in particolare 40 milioni di euro per ripristinare gli scatti stipendiali legati al merito. Questo è un provvedimento «di regole e principi» dicono da viale Trastevere, gli impegni finanziari verranno stabiliti nella prossima manovra.
Quali le principali novità? Per il momento niente pensione a 65 anni per i professori ordinari. Viene però abolita la possibilità che il docente universitario si avvalga dei due anni di trattenimento in servizio. Il docente ordinario dovrà andare tassativamente in pensione a 70 anni, il professore associato a 68.
Confermato il limite di 8 anni per la carica di rettore che, nel caso in cui gestisca male il proprio ateneo, potrà essere sfiduciato dal Senato accademico. Divisi i compiti di gestione tra Senato e consiglio d’amministrazione. Il primo avanzerà le proposte nel campo della didattica e della ricerca, mentre il cda si occuperà delle spese, dell’attivazione o cancellazione dei corsi di studio. Cambiano anche le modalità di reclutamento dei professori. Viene introdotta l’abilitazione nazionale sia per chi vuole diventare associato sia per gli ordinari. A giudicare una commissione nazionale che dovrà tenere conto dei parametri fissati dall’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario.
Basta con i ricercatori a tempo indeterminato. I contratti andranno da un minimo di 3 ad un massimo di 5 anni e potranno essere rinnovati una sola volta per 3 anni. Poi se l’Ateneo lo riterrà valido il ricercatore sarà confermato a tempo indeterminato come associato. Si abbassa l’età in cui si entra di ruolo da 36 a 30 anni, con uno stipendio che passa da 1.300 a 2.000 euro.
Premiato il merito per docenti, amministratori e studenti. Basta con i finanziamenti a pioggia a prescindere dai risultati. Le Università ben gestite, economicamente solide e con buoni risultati sia per la didattica sia per la ricerca avranno i fondi, mentre chi va in rosso sarà commissariato. Verrà istituito un Fondo per il merito destinato agli studenti con risultati eccellenti che potranno ottenere borse di studio e prestiti d’onore.
Le facoltà potranno essere al massimo 12 per Ateneo. I settori scientifico-disciplinari, che oggi sono 370, verranno dimezzati. Sforbiciata anche per i corsi di laurea, che nel 2008 erano diventati quasi seimila.