Sì alla riforma universitaria Moratti: privilegi cancellati

Il Senato approva il provvedimento che ripristina il concorso nazionale. L’opposizione attacca: «Un sopruso». Ora il testo torna alla Camera

Francesca Angeli

da Roma

Il mondo accademico è in rivolta perché per la prima volta il governo Berlusconi ha avuto il coraggio di «intaccare antichi privilegi» per favorire invece «gli interessi ed il futuro dei giovani». Il ministro dell’Istruzione, Letizia Moratti, ha appena incassato il sì dell’aula di Palazzo Madama alla fiducia chiesta dal governo sul provvedimento di riforma dello statuto giuridico dei docenti universitari. I senatori dell’Unione per protesta non hanno preso parte al voto. Davanti a questa riforma tutto il mondo dell’Università, rettori, professori e ricercatori, ha alzato le barricate ottenendo il pieno sostegno dell’opposizione. La decisione del governo di accelerare l’iter del ddl trasformandolo in un maxiemendamento ha provocato reazioni durissime e da due giorni la Moratti se ne sente dire di tutti i colori: colpo di mano, vendetta contro i professori, insulto alla democrazia. Ottenuta la fiducia per il provvedimento, che ora passerà alla Camera, ha deciso di replicare a tono.
Gli Atenei sono in rivolta, accusa la Moratti, perché «la riforma tocca dei privilegi» finora mai intaccati. «Noi - dice - abbiamo cercato di tutelare gli interessi generali dei giovani e del Paese e non alcuni interessi corporativi». La Moratti difende i punti cardine del suo provvedimento che, spiega, «attraverso i contratti ai ricercatori, darà più opportunità ai giovani di accedere ai ruoli della docenza universitaria e, attraverso il concorso nazionale, finalmente di far salire in cattedra solo i migliori facendo sparire le clientele». Nessun colpo di mano, aggiunge, e nessun problema economico. «Abbiamo avuto centinaia di incontri con tutte le componenti accademiche e confronti parlamentari - ricorda -. Negli ultimi anni l’incremento del solo fondo ordinario di finanziamento delle università è stato del 13 per cento».
Ora il provvedimento passerà al vaglio dell’assemblea di Montecitorio. La Conferenza dei Rettori ha già lanciato un appello al presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, affinché si riapra il confronto sulla riforma. «Il tempo per sviluppare e riprendere il confronto ci sarà», replica Casini che però rilancia chiedendo «alle istituzioni accademiche e anche al governo di riprendere il dialogo».
Intanto gli Atenei si stanno già mobilitando ed hanno deciso il blocco di tutte le attività dal 10 al 15 ottobre. Un atteggiamento di chiusura verso la riforma non condiviso da chi invece pensa che contenga novità positive. Il senatore Giuseppe Valditara, responsabile dell’ufficio di Alleanza nazionale per la Scuola e l’Università, che ha contribuito alla messa a punto del provvedimento, sottolinea come questa riforma sia necessaria per «riparare i guasti provocati dai governi di centrosinistra».
Valditara evidenzia quali siano i punti qualificanti della riforma. «Con il ritorno dei concorsi nazionali si cancella il localismo e si riduce il nepotismo, consentendo una selezione più efficace dei docenti - spiega -. Con i ricercatori a contratto rifiutiamo la cristallizzazione delle posizioni di ingresso nelle Università e incoraggiamo il raggiungimento della piena maturità scientifica e dunque della docenza da parte dei giovani più meritevoli e più motivati». In particolare Valditara condanna l’alzata di scudi del centrosinistra contro la riforma perché, sostiene, «sta ingannando il Paese e sulla base di falsi presupposti sta strumentalizzando lo scontro nell’Università».
L’accusa della Moratti di voler mantenere lo status quo soltanto per difendere una serie di privilegi è condivisa dai giovani di Forza Italia, che ritengono il provvedimento un argine «all’arroganza dei baroni».
Non la digerisce invece il presidente della Conferenza dei Rettori, Piero Tosi. «Ci accusano di conservatorismo, ma si è conservatori di fronte all'innovazione: che cosa c'è di innovativo in questa riforma?», chiede Tosi.
«Si torna al sistema di concorsi già sperimentato e poi abbandonato perché non funzionava - sostiene Tosi -. Si prevede una riserva di posti che è tutto tranne che innovazione. Dov'è la meritocrazia? Nel provvedimento è scomparsa anche la parola valutazione».
Contro la riforma interviene pure il leader dell’Unione, Romano Prodi, che giudica il ricorso alla fiducia «l’ennesimo sopruso».