Sì allo scudo per chi governa Pdl compatto, l’Udc si astiene

Roma Nell’aula di Montecitorio si sono appena placati gli schiamazzi dell’Idv, dopo l’approvazione del legittimo impedimento, quando Umberto Bossi sciama nel Transatlantico assieme ai primi deputati. «Andava fatta e l’abbiamo fatta -, commenta il leader della Lega, come se si fosse cavato un dente -. Questa è la dimostrazione che la maggioranza è molto forte».
Il centrodestra precettato al gran completo ha tenuto alla prova del voto segreto chiesto dall’Udc, anche se l’emendamento è stato respinto per solo 14 voti. Compare nel salone anche il ministro della Giustizia. Angelino Alfano sottolinea che la norma tutela «il diritto a governare di chi ha vinto le elezioni, senza che un processo glielo impedisca, non è un privilegio».
È bastato un minuto ai parlamentari per votare elettronicamente il provvedimento e alle 18 e 22 minuti: l’hanno sostenuto in 316, spedendolo al Senato, contro 239 contrari e 40 astenuti. L’Udc alla fine ha deciso di non appoggiare né affossare il ddl, nato da una sua proposta ed elaborato insieme da Michele Vietti e dal Pdl Enrico Costa.
«Non si doveva allargare ai ministri la facoltà di astenersi dalle udienze dei processi per impegni legati alle funzioni di governo - ribadisce Vietti -, la norma doveva riguardare solo il presidente del Consiglio. Rischi di incostituzionalità? E chi se ne sarebbe lamentato? Tanto è un provvedimento-ponte che dura solo 18 mesi, in attesa del lodo costituzionale». Un ponte «tibetano» molto stretto, l’hanno definito lui e Casini, da non affollare per evitare il crollo.
Per il centrodestra, però, l’estensione ai ministri era necessaria. Spiega Costa: «Per la Consulta il governo è un organo collegiale, non si poteva distinguere il premier dai ministri. Sono soddisfatto, il testo che abbiamo votato è quello nato in commissione con una lunga mediazione, in cui abbiamo accolto anche proposte dell’opposizione».
L’importante, per l’Udc, è bloccare il ben più pericoloso processo breve. «Una rinuncia ufficiale non c’è stata - ha detto Vietti -, ma i segnali fanno ben sperare. Se ne parlerà dopo l’estate». Infatti, il calendario della Commissione Giustizia fissa le audizioni sul disegno di legge fino al 30 giugno.
Nell’emiciclo della Camera i commessi hanno strappato dalle mani dei dipietristi i «soliti» cartelli, come li ha definiti stizzito Antonio Leone, che presiedeva l’assemblea, affollatissima per l’occasione. C’era scritto: «Legittimo impedimento, legittima impunità», «La casta esulta, l’Italia affonda». E su un terzo, una locandina del film «Gli intoccabili» con il volto di Berlusconi al posto di quello di De Niro, che interpretava Al Capone. Urla, proteste, dai banchi dell’Idv e in risposta urla e palle di carta lanciate da Alessandra Mussolini e altri della maggioranza.
Nella sua dichiarazione di voto Antonio Di Pietro colleziona ogni specie d’insulti al «presidente del Consiglio che non c’è», paragonandolo a Nerone, perché «se la ride mentre milioni di persone perdono il lavoro».
Più misurato il leader Pd, Pierluigi Bersani. «Di questa norma - sostiene - la gente capisce poco, ma ha compreso l’essenziale: c’è di mezzo Berlusconi, un presidente del Consiglio che non vuole farsi giudicare e tiene ferma su questo punto l’Italia». E al centrodestra chiede di «fermare questa corsa dissennata, di cui abbiamo fatto solo il primo passo».
Pdl e Lega, però, hanno invece intenzione di andare avanti. Il prossimo passo, fra poche settimane, sarà il lodo costituzionale e, assicura Fabrizio Cicchitto, tutto sarà inquadrato nelle riforme per la giustizia, «per una corretta divisione dei poteri». Il presidente dei deputati Pdl accusa il Pd di farsi trascinare da Di Pietro sulla linea giustizialista. Poi, tira in ballo D’Alema, ricordandogli che lui non ha avuto i problemi giudiziari di Berlusconi «per un diverso atteggiamento nei suoi confronti di molti magistrati a partire da Di Pietro» e anche perché si è potuto avvalere dell’immunità da europarlamentare, con «il voto a suo favore del centrodestra, che non è garantista a senso unico come lei». D’Alema, non ci sta: «La magistratura milanese - replica - aveva fatto richiesta di utilizzare intercettazioni in un procedimento contro terza persona e il parlamento europeo ha rifiutato l’autorizzazione». Per 8 anni, insiste, è stato indagato da pm Nordio della Procura di Venezia, anche quando era premier. «Sono stato prosciolto, senza alcuna legge di protezione».