Sì, sono io il bel fascistone della Bignardi

Caro Direttore, hai un problema. Forse non lo sai ma sul tuo giornale scrive un «bel fascistone». Daria Bignardi, alle Invasioni Barbariche, l’ha rinfacciato alla povera Monica Maggioni ricordandole il suo «ultimo fidanzato». Eh sì, caro Direttore, non per scendere nel gossip, ma per salvaguardare la dignità del tuo giornale devo confessarlo. Quel «bel fascistone», quell’infamante stigma che per qualche anno ha macchiato l’impeccabile curriculum di una conduttrice del Tg scrive sul tuo foglio. Ora prima che tu prenda i dovuti provvedimenti voglio fare piena confessione. Ma prima consentimi un quesito. Tu ricordando la celebre relazione di un’altra famosa conduttrice del Tg1 con un sindacalista Rai poi eletto deputato nelle file Ds le rinfacceresti quel «bel comunistone» del suo ex fidanzato? Lo so, lo so, come direbbe Di Pietro mescolo crusca e farina. In questo Paese essere comunisti non è un’offesa. E se lo fosse dovrebbe essere provata. Del fascista, invece, si può dare liberamente a chicchessia. Non occorre manco provarlo, ma è sufficiente a creare un marchio d’infamia. Le mie gravi colpe me le porto tutte dietro. Per ben tre anni, dai 17 ai 20, ho militato nel Fronte della Gioventù. Per un anno intero di quella scellerata gioventù, confesso anche questo, ho pagato la tessera del Movimento Sociale Italiano. E non me ne sono mai pentito. No esagero. Forse di aver pagato la tessera mi son pentito. Poi sono andato all’università e a 23 anni ho incominciato a viaggiare raccontando una quarantina di guerre, scrivendo qualche migliaio di articoli pubblicati sui giornali di tutto il mondo, mettendo in onda un centinaio di reportage e documentari televisivi, e pubblicando un paio di libri. È chiaro, volevo solo seppellire il mio passato, nasconderlo sotto una finta aureola di professionalità. Ma non ci sono riuscito e quel segugio d’una Bignardi l’ha scoperto. Sono così fascista, anzi fascistone, che probabilmente neppure l’acqua di Fiuggi riuscirebbe a purificarmi. Non faccio attività politica da 27 anni, non esprimo idee qualificanti sulla gasazione dei rom, mi tengo accuratamente lontano dagli anniversari della marcia su Roma e dalle cene a base di nero di seppie e tagliatelle tricolori, non espongo busti del Duce e gagliardetti sulla libreria di casa, non festeggio il genetliaco di Hitler, non tengo neppure per la Lazio e negli uffici non saluto a braccio teso. Ma Daria Bignardi lo sa, sono un «bel fascistone». E per poco la mia imperdonabile stigma non ha disintegrato la dignità di una povera conduttrice. Certo l’affermazione si basa sul nulla, ma cosa importa. Alle Invasioni Barbariche si fa così. Basterà rettificare spiegando che si diceva per dire, era uno scherzo tra amici, una domanda innocente. Be’, cara Bignardi vogliamo vergognarci un po’ e ammettere che innocenti sono anche la mia vita, la mia storia e il mio lavoro?
Gian Micalessin