«Sì a unioni civili per i preti gay, ma senza sesso»

Svolta della Chiesa Anglicana: gli «sposi» dovranno giurare al vescovo di essere casti

Lorenzo Amuso

da Londra

Niente sesso, siamo preti anglicani, e gay. Sarà questa la promessa che i rappresentanti della Chiesa d’Inghilterra saranno costretti a stringere di fronte ad un vescovo se vorranno registrare civilmente la propria relazione omosessuale. Un voto di castità in cambio del riconoscimento della loro unione, che in Gran Bretagna - grazie all’approvazione del Civil Partnership Bill lo scorso novembre - è ormai parificata (a livello di diritti civili) al matrimonio. Così la Chiesa Anglicana, al cui interno non è richiesto il celibato ecclesiastico, si è trovata nella scomoda situazione di dover approvare un documento di compromesso, già giudicato «profondamente ipocrita», per dipanare la matassa erotico-confessionale, e garantire ai suoi preti omosessuali tutti i diritti che spettano loro, ma nel contempo ottenere dagli stessi la rinuncia ai piaceri della carne.
Il documento pastorale suona come un avvertimento per i «membri del clero che decidano di contrarre un’unione civile», ai quali potrà essere chiesto «se la loro relazione è in linea con gli insegnamenti della Chiesa». Un pronunciamento, quello dei vertici della Dottrina della fede, che ha scontentato sia i numerosi esponenti omosessuali che gli ambienti più conservatori della Chiesa Anglicana. Secondo gli attivisti gay sono più di 700 (tra vescovi, preti e diaconi) gli omosessuali del clero anglicano in attesa di convolare a nozze con i propri partner. Tra questi si dice che ci sarà anche John Jeffrey, ex vescovo di Reading, costretto nel 2003 alle dimissioni da una virulenta campagna mediatica. Ma se i gay lamentano l’ennesimo sopruso discriminatorio, dai settori anglicani più conservatori si sono già sollevate le prime voci di dissenso di chi teme una strada senza ritorno per la Chiesa d’Inghilterra. Non sono dunque bastate le distinzioni machiavelliche dei redattori del documento, che, negando l’implicita legittimazione del matrimonio omosessuale, si sono affrettati a distinguere i diritti civili dalla sfera etico-religiosa. In verità, scrive il Guardian, diversi vescovi hanno già confessato in privato di non avere alcuna intenzione di sottoporre i propri sacerdoti omosessuali ad interrogatori a luci rosse. «Non c’è alcuna intenzione di intromettersi nella vita privata dei sacerdoti: se si impegnano a essere fedeli all’insegnamento della Chiesa, si dà per scontato che dicano la verità», ha detto il vescovo di Norvegia, Graham James. Una precisazione che non ha però convinto il reverendo Richard Kirker, segretario generale del Movimento Cristiano Lesbico e Gay, secondo cui il documento rappresenta l’ennesima conferma dell’ambigua doppiezza della Chiesa Anglicana in materia di omosessualità, «disprezzata dalle gerarchie ecclesiastiche». Tra arrossamenti pruriginosi e balbettamenti di circostanza, la conferenza stampa di presentazione del nuovo documento è stata una buffa anticipazione delle future confessioni osé del clero inglese: di fronte alla richiesta di definizione di «relazione sessualmente attiva» un vescovo è sbiancato, incapace di chiarire se sarà consentito sublimare le pulsioni più ardenti con baci e carezze.