Saakashvili: mai più succubi di Mosca

Da Tbilisi, parla il presidente che la scorsa estate ha guidato la guerra in Ossezia contro le truppe russe: &quot;Dopo l’invasione, non avevamo scelta. Abbiamo cercato di evitare una repressione stile Budapest ’56&quot;<br />

nostro inviato a Tbilisi

«Un brindisi ai georgiani», il presidente Mikhail Saakashvili sta festeggiando in un ristorante di Tbilisi, al tavolo ci sono i suoi amici più leali. Sono fotografi, intellettuali, pittori e artisti. Molti sono francesi, tedeschi, azerbaigiani e sono a Tbilisi per sostenere Saakashvili. Fuori la gente urla e grida. Stanno lì accampati con le tende da una settimana e chiedono il cambio di governo. Sono passati cinque anni e la rivoluzione delle rose sembra appassita. Saakashvili, quello che parla americano, che ha studiato a New York, l'amico degli artisti non ci fa caso. Lui è un istrione. Racconta. Scherza. Ricorda. Parla dell'Italia, come quella volta che qui venne Celentano e inguaiò una «vergine della montagna». La storia è questa: «Celentano, fin dai tempi dell'Unione Sovietica, era un sex symbol. Arriva in Georgia e accompagno sul palco una ragazza di un villaggio che lo voleva salutare. Solo che lui la bacia, sul serio, in diretta tv. E da allora lei non è più riuscita a trovare marito. Nessuno credeva più alla sua verginità». Tutti ridono e fuori è notte. Domani per strada torneranno i manifestanti. Misha minimizza: «È la prova che ho creato una Georgia democratica». Tutta colpa della fame e di quella guerra con la Russia. Poi torna a parlare di un altro italiano, il premier Silvio Berlusconi: «Ci siamo sentiti per mettere fine alla guerra. Mi piace. Ha dato prova di essere una persona intelligente, capace di muoversi con efficacia a livello diplomatico»

Presidente, lo sa che è pericoloso molestare gli orsi?

«Eh, brutte bestie gli orsi, soprattutto quelli russi. Sapete, mi trovavo in un centro di benessere, in Italia, quando sono iniziati i problemi. Sono dovuto rientrare a Tbilisi di corsa. Noi non abbiamo mai voluto quello scontro. L'estate scorsa, carri armati e soldati hanno attraversato il tunnel di Roki che ci separa dal nostro quartiere settentrionale, venti ore prima che prendessimo la decisione di chiuderlo, per impedire che l'invasione si facesse più pesante. Se posso permettermelo, vorrei rammentarvi che diversi paesi della Georgia sono stati sottoposti a bombardamenti incessanti nei giorni precedenti l'effettivo inizio della guerra».

Eppure avete fatto la figura degli aggressori.

«Quando il tuo Paese viene invaso, ti restano due sole possibilità: resistere oppure lasciare che gli invasori avanzino. Per evitare lo scenario che ha represso la rivolta di Budapest del 1956 oppure la Primavera di Praga del 1968, quando gli eserciti ungherese e cecoslovacco hanno consentito alle truppe sovietiche di entrare nel loro Paese senza opporre alcuna resistenza, abbiamo deciso di combattere, sperando di dare ai nostri amici europei e americani il tempo sufficiente per reagire. Ed è esattamente quello che è successo. Le pressioni internazionali hanno impedito all'esercito russo di annientare il nostro Paese e di distruggerne il governo».

Come sarà il futuro di Georgia, Ossezia e Abkazia?

«Nel lungo periodo sono sicuro che lo sviluppo della nostra economia, delle nostre istituzioni e la nostra adesione ai valori dell'Occidente e alle sue istituzioni ci consentirà di riottenere la nostra integrità territoriale. In modo pacifico. Ma so bene che ci vorrà molto tempo. Per il momento, l'Ossezia del Sud si è trasformata in una base militare russa (in questa regione ora vivono solo 18mila civili, contro migliaia e migliaia di militari russi). Anche l'Abkazia ha subito una pulizia etnica (dai primi anni '90, 300mila georgiani sono stati espulsi dalle loro case) e una occupazione. Stiamo già lavorando insieme ai separatisti, ma il problema sta nel fatto che ogni decisione relativa ad Abkazia od Ossezia del Sud viene presa a Mosca. Ed ecco perché le pressioni esercitate dalla capitali europee sono importanti. Il Cremlino ha scoperchiato il vaso di Pandora. Se la comunità internazionale glielo lascia fare, sarà l'inizio di una serie di crisi».

Che aria tira ora a Tbilisi?

«Più che mai, su Tbilisi soffia un vento di libertà. Mi piace citare una frase di Emmanuel Kant: “Non si può essere pronti alla libertà finché non si è liberi”. E c'è una cosa che gli europei devono capire: qualunque sia la minaccia a cui saranno sottoposti, i georgiani hanno assaporato la libertà e il sistema di vita dell'Occidente e non accetteranno mai di tornare ai tempi sovietici».

Com'era vivere in Urss?
«Grigio, indiscutibilmente grigio. L'Urss era un sistema in cui le differenze venivano percepite una minaccia. A noi, popolo, veniva chiesto di essere grigi come la leadership sovietica, di assomigliare a Breznev e a tutte le mummie comuniste del Politburo. Musica rock o letteratura d'avanguardia venivano condannate come antisocialiste. Ricordo ancora il primo giorno in cui sono riuscito a ottenere una copia di Le Monde».

Dov'era, vent'anni fa, quando cadde il Muro di Berlino?
«Mi trovavo a Kiev, in Ucraina, a studiare Relazioni Internazionali. Ho sentito la notizia a Radio Free Europe e ho pianto per ore. Ho capito che sarebbe stata la fine dell'Ussr e che la Georgia sarebbe tornata indipendente».

Quel Muro cadde anche per l'azione diplomatica di Shevardnadze, il suo avversario politico. Cosa pensa di lui?
«Non era il peggior leader sovietico, ma il guaio è che non ha mai cessato di essere un leader sovietico. Ha sempre avuto un atteggiamento ambiguo rispetto al rapporto tra Occidente e Russia e si è sempre rifiutato di combattere seriamente la corruzione. Abbiamo tutti visto in lui lo statista di cui la Georgia aveva bisogno. Ma ci sbagliavamo. Ho accettato di diventare il suo ministro della Giustizia. Poi ho dato le dimissioni e ho creato un altro partito per la costruzione di un normale stato europeo in un luogo in cui non ce n'è».