Sabatini: «Bloccheremo l’Eba La priorità è assicurare credito

La crisi del debito europeo sta imponendo all’industria bancaria di modificare strategie industriali e modelli di business. Chiediamo al direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini, come sarà la banca del futuro. «In Italia le banche lavorano per l’economia reale, raccogliendo risparmio e impiegandolo al servizio di imprese e famiglie. È il modello della banca commerciale - prosegue Sabatini - di cui siamo orgogliosi e che vogliamo mantenere e sviluppare nel tempo nonostante un contesto, anche normativo, che ci crea degli svantaggi competitivi. Siamo in un momento in cui la redditività è compromessa da fattori congiunturali e normativi. Di qui, ovviamente, una sempre maggiore attenzione al contenimento dei costi e all’individuazione di nuovi modelli di relazione con la clientela che sfruttino al massimo le strategie digitali. Tutto ciò rimanendo fedeli alla nostra tradizione di banche vicine all’economia reale».
L’ostacolo più alto è il diktat patrimoniale posto dall’Eba. L’Abi si è già molto spesa per contrastare l’azione dell’Authority europea, quali saranno le prossime mosse?
«Non ci fermeremo. Continueremo a spiegare le nostre ragioni, che guardano al risultato finale del continuare a dare credito all’economia. Non è sulla base di un pregiudizio che stiamo sottolineando la nostra contrarietà all’esercizio dell’Eba. Le banche italiane non sono in linea di principio contrarie al rafforzamento patrimoniale. Il problema è che queste misure devono essere contemperate con il ciclo economico. Quello che contestiamo nell’esercizio dell’Eba e in prospettiva in Basilea è che le previsioni vanno poi ad impattare sulla capacità di erogare credito. E questo in una fase congiunturale difficile. Ripeto, continueremo a spiegare le nostre ragioni che contestano il metodo, il merito e i tempi».
Malgrado negli ultimi due anni i primi 5 gruppi italiani abbiano tutti ricapitalizzato e il denaro a basso costo assicurato dalla Bce, l’industria del credito continua ad avere il fiato corto: la raccolta è sempre più onerosa e gli impieghi frenano. Il rischio di un credit crunch è ancora reale?
«Non ci sarà credit crunch se nell’emergenza continueranno le operazioni della Bce e se, nel medio periodo, le attese decisioni europee faranno rientrare le tensioni sui mercati. Certamente comunque non dipende dalla volontà delle banche. Sino ad ora abbiamo avuto credito in costante crescita. È solo rallentato il ritmo della crescita. L’ultimo dato a dicembre ha fatto registrare un +4,1 per cento. Questo vuol dire che, di là da casi particolari, le banche hanno continuato e continuano a finanziare l’economia. A dicembre 2011, rispetto alla fine del 2010, il flusso netto di nuovi prestiti è stato pari a 40 miliardi di euro».
Molte banche sono state costrette a cancellare i dividendi, come cambierà il rapporto con le Fondazioni? Aumenterà il peso dei soci stranieri come è avvenuto in Unicredit?
«Non farei una questione di nazionalità dei soci, quanto piuttosto di possibilità che l’ingresso di azionisti che abbiano obiettivi meramente finanziari e di breve periodo possano determinare un mutamento del modello di business allontanandolo da quello della banca commerciale. Le Fondazioni portano nella governance della banca una visione più attenta alle esigenze del territorio, anche a bisogni non soltanto strettamente economici. Hanno saputo svolgere un ruolo determinante di investitori istituzionali di lungo periodo. Hanno garantito al nostro sistema di crescere e svilupparsi coniugando l’indipendenza del management e la stabilità dell’azionariato».
Il governo Monti vorrebbe pagare le imprese che lavorano con la Pubblica amministrazione anche utilizzando i Titoli di Stato, è una misura sostenibile per le banche? Quale impatto avrebbe?
«Penso sia molto importante affrontare in maniera efficace il problema dei pagamenti delle imprese da parte della Pubblica amministrazione. E da questo punto di vista non posso che essere favorevole. Per quanto io ne sappia, la proposta è ancora in una fase iniziale e va dunque articolata, prima di poter esprimere valutazioni più tecniche. Non sottovaluterei che occorre cercare soluzioni che minimizzino gli impatti sul debito pubblico».
Il rinnovo del contratto nazionale ha previsto la nascita di un fondo per l’occupazione, destinato a finanziare l’assunzione di 15mila persone in 3 anni. Quando sarà operativo?
«In tempi brevi. Una apposita commissione paritetica si metterà al lavoro quanto prima per fare in modo che il Fondo per il sostegno all’occupazione possa essere operativo entro la prossima estate».
Ora la trattativa con i sindacati si sposta sulla riforma del «Fondo esuberi» per adattarlo alla nuovo impianto pensionistico voluto dall’esecutivo. Quali sono i punti ritenuti irrinunciabili dall’Abi?
«La struttura del Fondo è stata concordata e aggiornata con l’accordo di luglio dello scorso anno. La nuova disciplina delle pensioni richiede l’adeguamento di alcune previsioni rispetto al mutato quadro normativo. Inoltre c’è la necessità che alcuni passaggi formali siano messi a punto attraverso appositi decreti di cui auspichiamo al più presto l’emanazione».