Sabato prossimo la sfida fra il suo erede e il candidato dei Fratelli Musulmani

Il passato è in quell’ultimo respiro, sempre più vicino. Ma il futuro potrebbe essere nelle mani di un suo figlio. Non in quelle del primogenito Alaa, non in quelle inette di Gamal, il rampollo a cui Hosni Mubarak sognava di lasciare la poltrona presidenziale. Quei due figli prigionieri, pure loro, della galera di Tora se ne andranno con lui. Il loro ricordo svanirà con le esequie dell’ex rais. Il vero erede, l’autentico figlio adottivo del Faraone è Ahmed Mohamed Shafiq. È un generale dell’aviazione, come lo era il giovane Hosni. È un ex pilota, eroe di quella guerra contro Israele dell’ottobre 1973 combattuta agli ordini di un Mubarak comandante dell’aviazione egiziana. Mentre il Faraone agonizza il figlio adottivo è pronto a raccoglierne lo scettro. Succederà il 16 giugno, ovvero venerdì prossimo, quando Shafiq sfiderà il candidato dei Fratelli Musulmani Mohammed Morsy nel decisivo ballottaggio per la presidenza. In questa sfida cruciale per il futuro del paese la scomparsa di Hosni Mubarak potrebbe giocare un ruolo decisivo. Shafik non rappresenta soltanto l’Egitto cristiano, laico ed anti fondamentalista. Ahmed Shafiq è anche il portabandiera di una maggioranza silenziosa, forte dell’appoggio dei generali e ansioso di restituire il potere ad un presidente capace di riportare l’ordine, rinsaldare l’economia e restituire il suo ruolo all’esercito, ovvero all’unica, autentica istituzione del paese. Andandosene ora Mubarak regalerebbe una spinta decisiva a quel figlio putativo già nominato premier negli ultimi giorni di potere. L’emozione per la sua scomparsa trasformerebbe in voti le lacrime di chi continua a riconoscere molti meriti a quel dittatore corrotto, nepotista, accentratore ed autoritario. Primo fra tutti la capacità di mantenere la barra dritta nei giorni più difficili conservando all’Egitto un ruolo di potenza regionale e preservandolo dal terrorismo e dalla guerra. La morte del Faraone rischia insomma di ridisegnare il tradizionale profilo di un paese diviso tra il blocco dei militari difensori dell’ordine laico e anti fondamentalista e il blocco islamista guidato dai Fratelli Musulmani. Quel ritorno alla tradizionale contrapposizione è però estremamente rischioso. Un voto segnato dalle esequie di Mubarak, da un testa a testa tra Morsy e Shafiq e da successive recriminazioni su brogli veri o presunti minaccia d’innescare uno scontro aperto tra islamisti e militari. Uno scontro in cui si esaurirebbero le differenze per ora solo teoriche tra islam democratico e islam radicale portando alla compattazione del blocco religioso. Uno scontro in cui l’esercito smetterà di giocare il ruolo di apparente ago della bilancia per regalare tutto il suo appoggio ad un candidato uscito dai suoi ranghi. Uno scontro insomma che minaccia di ridurre in cenere il Paese. Ma questo scenario ha anche un finale meno tragico. È quello di uno Shafiq capace di vincere il ballottaggio, magari con qualche broglio garantito dai militari, per trasformarsi poi nel contrappeso istituzionale di un Parlamento governato dai Fratelli Musulmani. Del resto solo un Shafiq, forte dell’appoggio di polizia ed esercito può riportare la sicurezza in città e campagne dove la scomparsa delle divise ha garantito la proliferazione della delinquenza. Solo Shafiq può, grazie all’appoggio dei militari, riconquistare il controllo d’intere zone del paese e ridare speranza all’industria del turismo. Solo un Shafiq forte dell’appoggio dei generali e delle vecchia classe imprenditoriale dell’era Mubarak può far ripartire un industria controllata al 40 per cento dall’esercito. Solo Shafiq può garantire la sopravvivenza dell’accordo di pace con Israele e, di conseguenza, il rinnovo degli aiuti economici americani. E infine solo la vittoria di Shafiq può regalare ai Fratelli Musulmani il tempo necessario per risolvere lo scontro interno tra chi, al loro interno, pretende di non rinunciare alla sharia e chi invece vuole liberarsi dal fanatismo per misurarsi con le regole della democrazia. Per questo anche dentro la Fratellanza Musulmana qualcuno spera che Mubarak faccia un ultimo regalo al paese. In fondo i più lungimiranti e saggi tra loro lo sanno, governando nel caos si rischia di venirne travolti. Per questo un accordo con i militari e con il loro naturale candidato, all’ombra dei funerali dell’ex raìs, promette di essere il migliore compromesso.
Commenti

Raoul Pontalti

Mar, 12/06/2012 - 14:48

Come ha detto qualcuno più che a primavere arabe abbiamo assistito a estati di San Martino, preludio di inverni lunghi e rigidi per molti paesi. In Egitto sembra di rivedere mutatis mutandis e al rallentatore ciò che avvenne in Iran con la caduta dello Sha e l'avvento del khomeinismo. Prevedere l'esito delle elezioni è difficile in un paese dove ora ciò che appare, specie allo straniero, è l'espressione dei centri urbani ma l'Egitto è paese di fellahin (da non intendersi troppo alla lettera, ossia contadini) e la realtà profonda ancora non si manifesta. E' nelle zone rurali che i Fratelli Musulmani hanno radici antiche che con il tempo, essendo stati per decenni l'unica forza alternativa al partito al potere, si sono estese. Vincerà chi avrà saputo parlare al cuore del fellah, la vera anima d'Egitto dal Delta del Nilo ad Abu-Simbel. Non basterà quindi convincere la borghesia urbana come bastò invece nel 1979 a Khomeini in Iran, perché le masse rurali le controllava già da tempo.