Sabato Santo

Scrisse il nostro Stefano Filippi qualche anno fa su queste stesse pagine, a proposito della Sindone quale supposto falso medievale, che «il falsario sarebbe stato un genio della scienza che nel Trecento conosceva già il microscopio, la fotografia, l'olografia, la medicina legale, le leggi della gravità e particolari scoperti dagli archeologi soltanto pochi anni fa. Ed era pure un serial killer: una messinscena così perfetta deve aver richiesto parecchi cadaveri su cui allenarsi». Merita rifletterci, oggi, l'unico giorno dell'anno senza messa. Cristo restò morto nel sepolcro tre giorni, periodo minimo che la tradizione ebraica richiedeva per decretare la morte-morte, al di là di ogni ragionevole dubbio. Per lo stesso motivo il Nazareno aveva atteso quattro giorni prima di resuscitare Lazzaro, affinché non si potesse sospettare una morte solo apparente. Sebbene avesse attraversato la città, tutto sommato pochi a Gerusalemme si erano accorti di quel condannato alla crocifissione che andava ad essere giustiziato poco fuori dall'abitato. Infatti, la Città Santa, traboccante di pellegrini, era impegnata nei preparativi della Pasqua. Le folle prima osannanti erano rimaste a casa loro nei vari luoghi della Palestina. I tanti miracolati in tre anni dal Messia, chissà dov'erano. Il processo sommario e a scaricabarile tra Sinedrio, Pilato, Erode, aveva fatto dileguare i fedelissimi; perfino il vice, che se l'era fatta sotto nientemeno che di fronte a una sguattera. Gesù, a cose finite, era stato tirato giù di fretta e messo in una tomba prestata. Per nostra fortuna non ci rimase.