Sacchetti, il JR arrivato dalla via Emilia

Grazie all’immobiliare di cui è proprietario, l’ex vice di Consorte ha regalato al figlio un ranch da 3 milioni di euro nella Bassa Padana. Progettista dei lavori? Il fratello Lauro

nostro inviato a Reggio Emilia

All’improvviso, tra i campi concimati della pianura padana, tra mucche e maiali, spunta una strada asfaltata di fresco e illuminata a giorno già alle sette di sera da una dozzina di lampioni di ferro battuto, con lampade a goccia, nuovi di pacca. In fondo una villa, intonacata da poco. Già da lontano si intuisce che ha poco a che fare con i rustici del luogo, ancorché ristrutturati. C’è piuttosto qualcosa di familiare con J.R. Ewing, il cattivo di Dallas: sarà forse per il recinto di legno bianco che circonda la proprietà. Sarà per gli ordinati irrigatori automatici. Sarà soprattutto per l’estetica e per la lettera che più ci si avvicina, più campeggia grande e chiara all’entrata della tenuta: M. M come Marco, Marco Sacchetti, figlio di Ivano, vicepresidente e amministratore delegato dimissionario di Unipol. Questo è il suo ranch, sorto qui, tra la via Emilia e il West.
La tenuta dei Sacchetti è stata ideata per la passione di Marco, classe 1966: i cavalli. E il «cutting horses»: uno specie di sport che consiste nel domare e governare vacche brade tra i recinti, a guisa dei cow boy. Negli Usa esistono anche i campionati.
Siamo alla Barcaccia, frazione di Bibbiano, in via Ariosto, con vista a Sud sui colli imbiancati di Canossa, a meno di venti chilometri da Reggio Emilia. Ancora meno ce ne vogliono per Montecchio, dove Sacchetti, Ivano, è nato 62 anni fa. Forse per questo, per nostalgia delle origini, il manager Unipol è da poco tornato qui. La sua famiglia è di Montecchio dove prima della guerra i Sacchetti erano mezzadri. Il padre di Ivano, Walter, dopo l’8 settembre è stato subito partigiano e si è distinto per coraggio e carisma, al punto da intraprendere dopo la guerra la carriera politica nel Pci. Segretario della Camera del lavoro ai tempi delle lotte operaie alle Officine Reggiane, presidente delle Cantine cooperative Riunite, fino a essere eletto senatore della Repubblica, per tre legislature.
Ivano è però tornato solo ora dalle parti di Bibbiano: nel giro di pochi mesi, tra il settembre 2004 e il marzo dell’anno scorso, il figlio Marco, anche tramite la I.M. Immobiliare (una Srl di cui Ivano è unico socio proprietario) ha stipulato 3 rogiti per acquistare terreni (appezzamenti, fabbricati, fondi rustici, poderi) per oltre 1,2 milioni. In tutto sono circa 40 biolche reggiane, o poco più di 11 ettari, o 110mila metri quadrati di terreno. In parte destinati al cutting horses, in parte ancora in ristrutturazione: due bei grandi casali, vicini alla villa, hanno i lavori in corso, impalcature e gru. «Concessione edilizia n.258/2005 - dice il cartello - del 27-7-2005, per ristrutturazione di fabbricati rurali, lavori iniziati il 23 giugno». Committente: I.M.Immobiliare. Progettista l’ing., arch. geom. Lauro Sacchetti, il fratello di Ivano. Lavori che, giudicare dal ranch e dalle opere che riguardano i casali (pare destinati ad attività agrituristica) potrebbero essere costati altri 2 milioni. Portando oltre quota 3 l’intero investimento. I.M.Immobiliare è la società nella quale, secondo il gip milanese Clementina Forleo, Sacchetti ha versato i guadagni (1,7 milioni) ottenuti grazie all’affidamento da 4 milioni che la ex Lodi di Fiorani ha erogato senza garanzie a lui e al presidente di Unipol Giovanni Consorte.
L’impresa dei Sacchetti è ben nota tra gli imprenditori e gli abitanti di Bibbiano. Ma pochi hanno voglia di parlare di un personaggio straconosciuto, in ottimi rapporti con il sindaco (diessino, come ogni amministrazione locale dei dintorni) Sandro Venturelli, e con «tutti quelli che contano». Ancora meno si vogliono interrogare sull’esistenza o meno del “tesoro” di Sacchetti. Circolano tuttavia leggende varie. Come quelle che i pagamenti degli operai al lavoro nelle proprietà di Sacchetti (quasi tutti extracomunitari) siano effettuati in contanti. D’altra parte Sacchetti è di qui. Non ha mai voluto lasciare Reggio nell’Emilia, dove vive tuttora con la moglie, da cui ha avuto il figlio unico Marco, anch’egli residente a Reggio. Da Casa Sacchetti passa da sempre tutta la Reggio, rossa e no, che conta: da Nilde Iotti ad Antonella Spaggiari a Pierluigi Castagnetti.
Chi lo conosce, o lo ha incontrato nel tempo, lo sa persona riservata, di poche parole e quasi nessuna intervista. Alter ego di Consorte. Consorte-Sacchetti era una diarchia non solo caratteriale: finanza per il primo, assicurazione e coop per il secondo: era Sacchetti l’anello che connetteva i terminali economici con le strategie di partito, facendo lobby in quel gruppo di personaggi (tanti ce ne sono stati intorno al Pci) impegnati a tessere una rete di rapporti che generasse opportunità, affari, occasioni per il partito. Basta ricordare un episodio: nel’Opa Telecom è Sacchetti l’uomo chiave di raccordo tra la Banca agricola Mantovana (dove si sono conosciuti Gnutti e Colaninno) e il mondo bresciano: è lui che porta Unipol (che aveva un accordo di bancassurance con la Bam) a partecipare all’operazione Telecom. Ed è ancora lui, quando Mps rileva la Bam, il regista dell’intesa tra Unipol e Mps (siede tuttora nel Cda senese). D’altra parte la famiglia d’origine gli aveva permesso di conoscere come pochi i funzionamenti più segreti del Pci, Pds, Ds, di cui ha sempre avuto la tessera. In Unipol Sacchetti è stato l’«assicuratore»: ci è entrato a 20 anni da perito liquidatore, nel ’64, per diventare poi capo della liquidazione sinistri e direttore del personale. Di qui entra in contatto stretto con il mondo delle coop. Che lo apprezzano e lo promuovono prima direttore commerciale poi, nel ’94, direttore generale, insieme a Consorte: è l’anticamera per il vertice, dove però è lo stesso Sacchetti a voler stare un passo indietro, vice di Consorte. Lo scorso anno, dopo 40 anni di servizio, Sacchetti è andato in pensione con una liquidazione neanche troppo esosa: 2,5 milioni. Ma ha conservato tutti gli incarichi operativi. Allora qualcuno pensò che non avrebbe mai lasciato via Stalingrado. Ma si sbagliava. O forse non sapeva.