Sacchi: «Adriano e Gilardino somigliano a Van Basten»

Dopo Rossi, anche il manager del Real dottore ad honorem all’università di Urbino

Franco Ordine

nostro inviato a Urbino

«Senza fare il calciatore, son diventato allenatore. Senza mai entrare in una università, son diventato dottore: devo essere un uomo fortunato». Fortunato è di sicuro Arrigo Sacchi da Fusignano, discusso lo resta ma da ieri sembra destinato a scolpire la sua identità nella storia moderna del calcio. Bisbigliata all’orecchio di Adriano Galliani, la frase è diventata la chiosa dell’Arrigo al suo pomeriggio di celebrità accademica, vissuto sulla rocca di Urbino, dentro l’austera aula dell’università, dove Carlo Bo gli ha conferito la laurea ad honorem in Scienze e tecniche dell’attività sportiva. Al suo fianco il quadrilatero storico di una carriera irripetibile, i volti notissimi del Milan (Galli, Franco Baresi, Ancelotti e Tassotti) e della Nazionale (Carmignani e Pincolini), del Parma (Baraldi e Zoratto) e del Real Madrid (Butragueño), confusi con Alberto Zaccheroni e il presidente della Fiorentina Andrea Della Valle.
Dinanzi a un pubblico da stadio, 500 ragazzi con sciarpe e striscioni milanisti alle balconate, diventa complicato resistere alla diabolica tentazione dell’amarcord se gli passano davanti agli occhi le immagini del suo sbarco a San Siro o della finalissima di Pasadena bagnata dalle lacrime di Franco Baresi. «Prima di lui c’è stato il calcio all’italiana, poi è arrivata la rivoluzione, quel Milan avrebbe meritato la laurea», il riconoscimento di Adriano Galliani che si tiene stretto Ancelotti. «Non ce lo faremo portar via dal Real Madrid», sentenzia.
Poi parla lui, Arrigo Sacchi, il protagonista. «Il calcio del futuro sarà solo questo, praticato da una squadra capace di giocare a tutto campo e a tutto tempo», sentenzia mentre saluta Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. E muovendosi lungo i confini dei nostri giorni, prova a disegnare uno scenario perfetto. «Oggi ci sono squadre fisiche che non lasceranno emozioni, e squadre tecniche che vivranno di alti e bassi» sostiene e si intravedono le sagome di Juventus e Milan, simboli dei due modi diversi di intendere il calcio. Il suo, datato, è forse destinato a restare chiuso in una biblioteca universitaria.
«Le individualità non garantiscono i risultati, basta ricordare i vincitori delle ultime coppe Campioni, Liverpool e Porto, la nazione vincitrice del titolo europeo, la Grecia»: è un fulmine che può incenerire la politica attuale del Real Madrid, voluta da Florentino Perez. Così l’Arrigo di sempre, affabulatore cortese, può lanciare anche un’occhiata al mondiale in arrivo e alla qualificazione dell’Italia di Lippi. «Il Ct non è un allenatore, è un selezionatore, può incidere poco ma deve avere il diritto di sbagliare e di fare gli stage», gli manda a dire dopo aver ammirato la Nazionale nella sfida con la Scozia. «Juve e Chelsea sono attualmente le due squadre più forti in circolazione, ma non è detto che divertano», è la sua convinzione di fondo. Aggiunta a una visione assolutoria di Istanbul e del Milan attuale di Ancelotti. «Non puoi avere tutto, se hai la tecnica, il bel calcio, ti può mancare la feroce concentrazione», spiega prima di passare a Gilardino e Adriano, le due ultime due scoperte lasciate in eredità al Parma in attesa di volare in Spagna, al Real a tentare l’ultima conversione, trasformare in una squadra un club di vip. «Per loro due vale quello che valeva per Van Basten ai miei tempi: i centravanti vivono di alti e bassi ma restano pedine importanti anche quando non vanno al massimo», così rassicura Lippi e Mancini.
Il dottor Arrigo Sacchi è vivo e continua a menare fendenti insieme a noi. Gli è passata la voglia di organizzare crociate, gli è rimasta l’antica passione per un calcio che è cambiato dal giorno in cui si presentò a Milanello con un megafono e una tuta. E in testa qualche buona idea.