Sacco e Vanzetti, le contorsioni della sinistra chic

Ruggero Guarini

Il regista Giuliano Montaldo dice che lui, sul caso Sacco e Vanzetti, rimane innocentista. Complimenti. Si vede che il suo bisogno di immaginare di essere un fan della verità è più forte della tentazione di esaminare i fatti che potrebbero deludere questa sua nobile fantasia. Ma ancor più ammirevole è lo scrittore americano Kurt Vonnegut. Lui non resta innocentista. Lui della verità se ne sbatte. A lui se Sacco e Vanzetti fossero innocenti o colpevoli non frega niente. A lui importa soltanto ricordarci che l’America è da buttare. Tanto che per dimostrarlo, in certe circostanze, come quelle, per esempio, delle lotte sociali negli States degli anni Venti, occorre essere pronti a giurare il falso.
Il cocciuto innocentismo di Montaldo e lo sfacciato giustificazionismo di Vonnegut circoscrivono la gamma delle reazioni della grande famiglia degli intellettuali progressisti alle ultime rivelazioni sul caso dei due anarchici italiani che settantaquattro anni fa furono condannati alla sedia elettrica per aver ucciso, durante una rapina, i guardiani di una fabbrica di scarpe. Sia l’atteggiamento dell’uno che quello dell’altro sono comunque del tutto conformi allo stile intellettuale e morale (una perfetta miscela di candore e di cinismo) dell’idealismo rivoluzionario.
Difficile è comunque stabilire dove finisce il candore e dove incomincia il cinismo quando Montaldo dichiara che del suo vecchio film che girò su Sacco e Vanzetti oggi non cambierebbe neanche una battuta o un fotogramma. Aggiungendo che quelle rivelazioni lo indignano. Ragion per cui non intende dedicare nemmeno una briciola della sua intelligenza di campione del cinema impegnato alla valutazione del fatto che dalle carte inedite di Upton Sinclair – lo scrittore americano che negli anni Venti si batté come un leone per la causa dell’innocenza dei due anarchici italiani – è venuta fuori una lettera che basta da sola a far crollare per sempre l’edificio innocentista. Sicché tutto lascia supporre che egli preferisca immaginare che il povero Sinclair delirava quando il 12 settembre 1929, due anni dopo la morte di quei due disgraziati italiani, scrivendo a un suo amico fidato, confessò di aver sempre saputo (avendolo appreso ai tempi del processo dal legale dei due imputati) che essi erano colpevoli. Ammettendo fra l’altro di aver sostenuto la causa innocentista fino al giorno della sua morte perché temeva di essere radiato come “traditore” dal movimento anarco-socialista. Cosa che avrebbe fra l’altro gravemente compromesso il successo dei suoi libri...
Ma ancor più arduo è forse stabilire dove finisce il cinismo e incomincia il candore di Vonnegut quando egli lascia intendere che la sola America che ama è quella che sognano da sempre gli intellettuali radical-chic come lui. I quali da ormai circa un secolo si sono votati a una causa il cui principale presupposto è l’idea che il loro paese fa schifo. Ragion per cui di loro si può dire che non servono mai con tanta audacia e passione la loro causa come quando per dimostrare quanto il loro Paese fa schifo raccontano qualche balla.
Non sarà proprio questa fisima – il bisogno di immaginare di essere sempre nel vero, anche e forse soprattutto quando dice il falso – la virtù che definisce, sotto tutti i cieli, il moderno intellettuale progressista?
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