Sacco e Vanzetti icone di una fede a prova di dubbio

Ruggero Guarini

«Un vero e proprio kolossal»: così il Sacco e Vanzetti che fra pochi giorni verrà offerto da Canale 5 è stato definito da un critico entusiasta. Ma di colossale, in questa nuova fiction su quel tragico episodio della storia dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti, c’è soltanto la granitica fermezza con cui i suoi autori, pur di non rinunciare alla tesi innocentista, hanno preferito ignorare del tutto i molti duri colpi che le sono stati inferti da un pezzo dalla ricerca storica. Che essa non sia affatto così indiscutibile come vuole la leggenda è quel che sostiene fra l’altro anche Giovanni Adducci, uno degli studiosi consultati dagli autori del film. I quali, tuttavia, non hanno tenuto alcun conto del libro in cui Adducci ha esposto i risultati delle sue ricerche.
Ovviamente Adducci nel suo libro (Sacco e Vanzetti: una storia infinita, Edizioni Associate) riconosce che quel processo fu viziato da molte vistose irregolarità. Ma gli abusi processuali non bastano da soli a dimostrare con assoluta certezza l’innocenza dei due imputati. Ai quali non si reca alcuna offesa se si osserva che il fatto che militassero effettivamente nella frangia più estremista e furiosa del movimento anarchico italo-americano (quella guidata da Luigi Galleani, che faceva apertamente l’apologia delle bombe), vieta di immaginare che fossero, come vuole il cliché che si tramanda da circa ottant’anni, due mansueti agnellini con la testa e il cuore pieni di pacifiche idee filantropiche e umanitarie. Ragion per cui non è affatto oltraggioso pensare che per finanziare il loro movimento avrebbero potuto partecipare benissimo, senza nessuna remora ideologica, a una rapina come quella nella quale, nell’aprile 1920, persero la vita gli agenti Parmenter e Berardelli, e che sette anni dopo, nell’agosto 1927, costò a loro la sedia elettrica.
È soprattutto sull’innocenza di Sacco che permangono molti dubbi. E la principale delle molte prove documentali che li autorizzano è una dichiarazione che lui stesso rilasciò al proprio avvocato, William Thompson. Nel 1924 Sacco infatti confessò a Thompson di aver mentito confidandogli che la pistola trovatagli addosso al momento dell’arresto non la portava a scopo puramente difensivo, come aveva dichiarato nel corso del processo, bensì perché si sentiva «in guerra contro lo Stato». I dubbi sulla sua innocenza sembrano poi rafforzati dalla dichiarazione che un suo compagno, l’anarchico Carlo Tresca, rilasciò alla fine del processo: «Sacco era colpevole, Vanzetti no». Ma l’interrogativo più pesante riguarda il proiettile che uccise il Berardelli, e che da reiterati esperimenti balistici, effettuati fino al 1984, è sempre risultato compatibile con la pistola trovata addosso a Sacco al momento dell’arresto.
Questo naturalmente non prova che Sacco era colpevole. Prova però che l’ipotesi della sua colpevolezza è del tutto legittima e verosimile. E il fatto che la tesi innocentista, nonostante i tanti elementi che militano a favore del dubbio, continui a sembrare indiscutibile ai suoi incrollabili sostenitori dimostra soltanto che anche Sacco e Vanzetti, come tutte le icone e le leggende politiche, siano di sinistra o di destra, sono, per i loro fans, oggetti di una fede che non tollera il libero esame e detesta l’analisi dei fatti.
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