SACCO E VANZETTI. Rubini: storica ingiustizia né di destra, né di sinistra

Stasera e lunedì su Canale 5 la fiction sui due «martiri» italiani

Paolo Scotti

da Roma

Come rifare un capolavoro senza rifarlo? Ovvero: come prendere soggetto e titolo di un inimitabile film-culto, per farne una fiction che sia tutt’altra cosa? Il dubbio (e la sfida) dovevano essere ben chiari a Goffredo Lombardo, storico produttore della Titanus che due anni fa decise di «rifare» il magnifico Sacco e Vanzetti firmato nel 1971 da Giuliano Montaldo. Inevitabile il paragone (di là Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla, di qua Ennio Fantastichini e Sergio Rubini), ingeneroso il confronto (allora la storica ballata di Joan Baez, oggi un tentativo di remake di Stefano Caprioli) per ri-raccontare la tragedia dei due anarchici italiani giustiziati innocenti nell’America intollerante del 1920.
Fatta salva l’impossibilità del paragone (i capolavori non si replicano) Lombardo sapeva di avere per le mani una storia impareggiabile; ma nella necessità di distinguerla dall’originale, il progetto - nel frattempo, con la scomparsa di Goffredo, passato al figlio Guido - è stato montato in tutt’altro modo: smorzandone la forte carica politica, allungandone il racconto (che, per giustificare le due puntate, non tratta solo il processo ma anche gli antefatti) e semplificandone gli appassionati toni da requisitoria civile. A liberare infine gli autori da comprensibili complessi d’inferorità provvede, generosamente, lo stesso Montaldo: «Dietro questo nuovo film c’è uno sforzo produttivo importante, ci sono due notevoli attori. Gli auguro tutto il successo che merita». E, così mutato il Sacco e Vanzetti diretto da Fabrizio Costa, cercherà, stasera e domani su Canale 5, di dimostrare quanto sia possibile rifare un capolavoro. Senza rifarlo.
«Non abbiamo avuto reticenze a maneggiare temi complessi. L’anarchia di quegli anni era molto violenta: usava dinamite e la strategia del terrorismo - ammette lo sceneggiatore Pietro Calderoni - ma il nostro film, anche se dentro c’è molta politica, non è politico. E i nostri protagonisti, più che due attivisti martirizzati sono due morti di fame con principi semplici, un po’ ingenui, ispirati al socialismo contadino e allo spirito di fratellanza cristiano». Ciò non toglie che il soggetto - ancora potenzialmente insidioso nonostante il prudente annacquamento - potesse imbarazzare: «Fino all’ultimo ho pensato che non sarebbe andato in onda - afferma Rubini, ovvero Nicola Sacco -, complimenti a Mediaset per aver avuto il coraggio di farlo. E scomplimenti alla Rai per essersene disinteressata».
L’attualità dei temi è infatti per Rubini «sorprendente. Per l’analogia di quanto oggi accade agli immigrati, da noi, in Francia, nella stessa America». A proposito della quale Guido Lombardo nega che la miniserie esprima qualsiasi sentimento antiamericano. «Sacco e Vanzetti non è una fiction né pro né anti, né di destra né di sinistra. Racconta semplicemente una storica ingiustizia». «E non è un caso che i suoi due protagonisti continuino a credere, nonostante tutto, nel Paese che li aveva accolti», aggiunge Calderoni.
Quanto a Ennio Fantastichini, al quale è toccata l’eredità più pesante, si dichiara «terrorizzato dal confronto con Volonté. Conoscevo Gian Maria, il suo film è stato un totem della mia giovinezza. Anche per questo non ho voluto rivederlo, ma alla fine ho deciso di misurarmici senza timore». Convinti delle potenzialità emotive della miniserie sono tutti i responsabili: «Questo caso è rimasto sulla coscienza dell’America, che ha riabilitato i due anarchici italiani mezzo secolo dopo averli giustiziati, il 23 agosto del 1977 - conclude Guido Barbieri responsabile della fiction Mediaset -; anche per questo confidiamo nel valore spettacolare e civile del nostro film».