Sacconi cambia Welfare: "Federalismo salariale"

Il ministro ha presentato il Libro Bianco del Welfare. "Tenere conto
delle differenze tra Nord e Sud nel potere d’acquisto e nei servizi". E lancia la "contrattazione decentrata"

Roma - Le gabbie salariali «non ci sono», ha precisato ieri il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, illustrando i contenuti del «Libro Bianco», fresco di approvazione, del Consiglio dei ministri. Ma il «territorio» è presente in tutto il documento che delinea lo stato sociale prossimo venturo. E non è cosa da poco.

Centrale quando si denunciano la differenze tra il Sud e il Nord in termini di qualità dei servizi, assistenza ai malati e di soldi spesi più o meno bene. Ma utile anche nel segnalare quale sarà la bussola che orienterà le prossime mosse a proposito di lavoro. «Il parametro territoriale - si legge nel Libro - costituisce un necessario riferimento per la giustizia distributiva tanto con riferimento ai salari quanto ai criteri di accesso e alla dimensione delle prestazioni assistenziali». In altre parole nel decidere servizi sociali e redistribuzione di ricchezza non si potrà non tenere conto del fatto che l’Italia non è omogenea. Che esistono regioni dove il costo della vita è minore e il welfare è di scarsa qualità.

Per quanto riguarda il lavoro lo strumento al quale il documento fa riferimento sono regole e statuti specifici per settori «ma anche territorialmente diversificati, fermo restando uno standard protettivo minimo e omogeneo sull’intero territorio nazionale - soprattutto per quanto riguarda la tutela della salute e sicurezza sul lavoro - volto essenzialmente a scongiurare fenomeni di dumping sociale». Parole, che sono state lette come una concessione alla Lega Nord che in questi giorni ha aperto una campagna per il ritorno alle gabbie salariali, a partire dall’intervista del ministro Roberto Calderoli al Giornale. Ma Sacconi ha smentito: «Ho apprezzato l’intervista a Calderoli perché solleva un problema autentico». La ricchezza va redistribuita «attraverso i salari riconoscendo il merito, ma il modo non è detto che debba essere un atto amministrativo». In sostanza non ci sarà nessuna reintroduzione, per legge, del sistema abolito negli anni Sessanta, che prevedeva un diverso recupero dell’inflazione sulla base del costo della vita: più consistente al Nord, meno al Sud. I sindacati, compresi quelli che dialogano con il governo, non lo accetterebbero. Ieri il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini, ha detto che di gabbie, così come di articolo 18, non se ne potrà parlare né oggi né domani. Però - ha precisato Sacconi - non si può non tenere conto che «il reddito nella provincia di Avellino ha un valore diverso rispetto a quello di Milano». Partire da questo assunto «può aiutare la decentrazione della contrattazione».

E la chiave per realizzare, se non le gabbie salariali, una cosa che in qualche modo gli assomiglia - nel senso che può servire a rendere il Sud più competitivo e a irrobustire le buste paga delle zone più ricche - è proprio la riforma della contrattazione già approvata dai sindacati, con l’eccezione della Cgil, e dalle associazioni datoriali, Confindustria in testa.

Il ragionamento è semplice. La riforma prevede un rafforzamento del secondo livello di contrattazione. Che significa principalmente quello aziendale. Ma anche quello territoriale. Nulla impedisce quindi che ci siano contratti regionali. In ogni caso, il modello scelto da parti sociali e che il governo sostiene con incentivi fiscali, prevede aumenti legati alla produttività e non all’inflazione regionale, come con le gabbie. Ma siccome la contrattazione riguarda solo le parti, quindi lavoratori e datori, nulla esclude che associazioni datoriali e sindacati si mettano d’accordo. E mettano al centro delle trattative locali, oltre alla redistribuzione della produttività, anche l’inflazione e il potere di acquisto.