Sacconi: «La Cgil rifletta Noi siamo pronti al dialogo»

Parla il candidato favorito al ministero del Welfare «I risultati elettorali facciano pensare i più conservatori: siamo in piena emergenza»

da Roma

Maurizio Sacconi - esponente del Popolo della libertà, tra i nomi più accreditati per il ministero del Welfare - pensa che il prossimo governo riuscirà a dialogare con tutti i sindacati oppure si tornerà agli accordi firmati da Cisl e Uil, senza la Cgil?
«Noi siamo consapevoli che in Italia c’è sempre stato un pluralismo sindacale, che corrisponde a storie e culture diverse. C’è per esempio un sindacato di classe che ha interpretato il suo ruolo in funzione di un cambiamento, a volte radicale, del sistema capitalistico. Uno ispirato alla dottrina sociale della Chiesa e quindi ad un’idea di bene comune nella quale imprese e lavoratori collaborano. Poi un sindacalismo di cultura laica, attento ai diritti del cittadino, non solo in quanto lavoratore».
Viste queste premesse, il dialogo con la prima tradizione, cioè con la Cgil, sembra abbastanza difficile...
«Io mi auguro che il voto politico faccia riflettere anche i conservatori. E che quindi sia possibile un dialogo con tutte le organizzazioni. Perché siamo in una vera e propria emergenza, che riguarda sia la capacita di crescita della nostra economia, sia le molte persone che oggi vivono in una condizione di difficoltà. Penso alle famiglie monoreddito o a quelle che pagano l’affitto o il mutuo, a quelle che hanno più figli o persone non autosufficienti a carico».
Affronterete da subito questi temi con i sindacati?
«Partiremo con l’apertura di un tavolo dedicato a queste emergenze, con l’intenzione di promuovere un rapporto che sia il più possibile collaborativo».
Pensa sia possibile la collaborazione anche sulla detassazione dei premi aziendali e degli straordinari?
«Credo di sì, visto che si tratta di una proposta che premia le parti meritocratiche del salario e incoraggia la produttività, perché stimola la condivisione di risultati aziendali. Il salario non può più essere letto ideologicamente, come uno strumento di solidarietà, se non in minima parte. Deve rappresentare il diverso costo della vita nei territori e ancor di più il diverso apporto di ogni lavoratore alla produttività dell’impresa».
Secondo il Sole 24 ore, la differenza del potere di acquisto penalizza il Nord. La detassazione delle parti variabili del salario è sufficiente a far recuperare questo gap?
«Penso di sì perché fa emergere il nero e induce a maggiore disponibilità per gli straordinari come ad accordi individuali o collettivi sui premi, perché supera tutto ciò che oggi penalizza le parti aggiuntive del salario: dall’aliquota fiscale marginale, alla riduzione degli assegni familiari fino all’aumento delle rette dell’asilo nido che sono collegate al cumulo dei redditi. Noi rovesceremo questa gabbia ideologica e riporteremo il lavoro alla sua dimensione naturale: chi lavora di più, o meglio, guadagna di più».
Serve anche la riforma dei contratti, che ha richiamato Emma Marcegaglia nel suo discorso di insediamento alla presidenza di Confindustria?
«Quella spetta alle parti. Al governo spetta mettere in campo una disciplina fiscale del lavoro che incoraggi la definizione del salario nell’impresa oppure nel territorio, come già accade per l’agricoltura e l’artigianato. Serve una diversificazione contro il livellamento egualitario dei redditi che è stato prodotto dalla contrattazione centralizzata, che inevitabilmente tara i redditi sui vagoni più lenti del convoglio delle imprese».
Condivide l’agenda abbozzata da Marcegaglia?
«È partita con il piede giusto, ha fatto capire che vuole concorrere a quell’impulso di modernizzazione che serve al Paese e che avviene con la liberazione dell’impresa dall’oppressione fiscale e burocratica, così come da un sistema di relazioni industriali ridondante e inefficiente».
E il governo sarà in grado di dare le risposte alle domande che vengono da imprese e cittadini?
«Oggi ci sono tutte le condizioni per porre fine al lungo Sessantotto italiano. E con esso all’appiattimento dei redditi alla bassa produttività del lavoro; a un sistema di relazioni industriali troppo conflittuali. Ci sono tutte le condizioni per promuovere l’armonia tra le parti stimolando la condivisione non solo degli obiettivi, ma anche dei risultati che da essi conseguono. Incluse forme di ordinata partecipazione dei lavoratori».